giovedì 4 febbraio 2016

Un'anima che brucia


Forse questo autore paga lo scotto di avere lo stesso cognome dell'altro autore Michael Connolly: più conosciuto, più famoso, più pubblicizzato, più visibile in libreria, più distribuito.
Se lo vuoi leggere devi andare letteralmente a caccia dei suoi libri e spesso, vengono distribuiti non in ordine cronologico ma a caso e, ancora più spesso, gli viene negato il suo traduttore di fiducia.
Misteri dell'editoria.
Ho terminato da poco questo questo libro: dopo il capolavoro del paranormal/thriller "Tutto ciò che muore" che  ha emotivamente e stilisticamente  cambiato il mio modo di valutare uno scrittore, ritrovo il suo personaggio perfetto, il tormentato Parker e, stavolta relegati all'angolo, i suoi angeli custodi Angel e Louis. La storia regge molto bene dalla prima all'ultima pagina, anzi, spesso accade che la fine sia troppo frettolosa, che lo scrittore si lasci andare alla smania di concludere: J. Connoly no, lui la culla, la centellina, la cura e la dispensa con perizia non indifferente. Le sue atmosfere, la scelta attenta dei luoghi, in questo caso il Maine ( come King), le sue incredibili e minuziose descrizioni di ogni piccolo dettaglio: dalla sottile goccia gelida di pioggia, alla cicatrice sul labbro di un personaggio, alle ombre che normalmente circondano Bosch, sono dei veri e propri capolavori di stile narrativo, eppure parliamo di thriller.
E di lui amo essere sempre con un piede nel mondo visibile e l'altro nel mondo che pochi vedono: la sua bimba morta che lo chiama, sua moglie che lo bacia con labbra gelide sulla bocca e tutte quelle anime che bruciano nell'attesa che qualcuno dia loro pace e giustizia.
Questo eroe fuori dall'ordinario, così forte nella sua fragilità, così spietato e misericordioso al contempo, senza negare qua e là quell'ironia sagace e cinica che rende il genere ancora più gustoso.
Consiglio questo autore a tutti coloro che scoprono il colpevole entro le prime dieci pagine, a chi non si stupisce più di nulla: Connoly ancora stupisce e, soprattutto, emoziona.

venerdì 15 gennaio 2016

Geniali e rivali











Mi è capitato qualcosa di straordinario, è rarissimo e quando accade vale la pena di raccontarlo.
Doveva essere proprio il mio giorno fortunato perché sono riuscita a visitare l’inaccessibile  chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza del maestro Borromini. Questa meraviglia architettonica è praticamente sempre chiusa e solo per puro caso  ho trovato spalancato il grande portone in legno che si apre su un chiostro modesto che nulla lascia presagire. Quando Borromini ricevette l’incarico di modificare la costruzione di Giacomo Della Porta, si trovò una pianta quadrangolare per una chiesa circolare.
Ma il grande genio cambiò tutto e impostò la pianta su due triangoli che s’intersecano formando una stella a sei punte. Nascosta in questa pianta c’è una complessa simbologia, dal momento che i due triangoli formano la stella di David e costituiscono il sigillo di Salomone. Il colore bianco puro abbaglia il visitatore, niente oro e orpelli inutili per il grande Borromini , solo architettura allo stato puro. Poi alzi gli occhi in quella struttura che si sviluppa tutta in altezza e il fiato si mozza in gola. Una cupola imponente e finemente scolpita trasporta i  pochi fortunati in una dimensione da sogno: le stelle incise sono 111, numero che può essere scritto anche 1+1+1, che da come somma 3, simbolo della Trinità.  Più alzi lo sguardo e più la cupola sembra senza fine, si alza e si allontana dal visitatore. E che dire della lanterna  che la corona all’esterno e sovrasta i tetti di Roma? Una magnifica cuspide a spirale che sfida ogni legge; costò al maestro molti problemi, i committenti pensavano che egli non avesse calcolato bene il carico e potesse mettere in pericolo l’edificio, ma tre secoli e mezzo dopo è ancora ben salda al suo posto. Questa chiesa è un’opera magistrale e invito chiunque a visitarla, la porto nel mio cuore e chiudendo gli occhi  vedo ancora quella volta incredibile e quel bianco abbagliante nudo e puro. Ho cercato per decenni un modo per visitarla e poi, improvvisamente, quel portone era aperto e gli occhi hanno goduto di tanta incredibile meraviglia.
Borromini è importante per Roma e la sua importanza sarebbe maggiore se fosse vissuto in un’altra epoca e invece fu schiacciato dalla presenza di un altro genio Bernini. Bernini  usava il  talento a suo favore: faceva sempre ciò che voleva, ma con l’aria di far felice il committente. Borromini era insofferente, scontroso e non faceva nulla per compiacere nessuno, in un’epoca in cui l’obbedienza era quasi d’obbligo.
Ad esempio  il capolavoro di Borromini San Carlino: il colore quasi bianco, le pareti movimentate sia all’interno che all’esterno, si alternano a nicchie, colonne modanature, giochi di curve. Il soffitto rappresenta un’opera d’arte nel capolavoro: profondamente scolpito in esagoni e ottagoni, il tutto parla di informazioni e suggestioni enormi che il maestro usa in uno spazio così ridotto, ma rimanendo fermo nel  suo stile di profonda austerità.
Poi vediamo il contrasto con Sant’Andrea del Bernini: già entrando i colori colpiscono l’occhio: marmi policromi, ornamenti sovraccarichi, atteggiamenti degli angeli enfatici, pitture sgargianti: bianco, freddo, austero il primo; dorato, caldo, lussuoso il secondo. Se Bernini è di natura teatrale, Borromini è parco di parole ma sa inventare  curve  e ornamenti senza precedenti; se fosse visitato oggi  da un medico sarebbe considerato depresso, ma questo male oscuro lo guidava nel genio totale.
Tutto quello che mancò a Borromini, Bernini lo ebbe a piene mani: simpatia,fama, denaro, gloria, usava la compiacenza dei Papi a suo piacimento; ma quando questi ricevette l’incarico per il “ baldacchino di San Pietro”, chiamò in aiuto il Borromini esperto architetto. In questa occasione  Mancini, medico del Papa, conia la celebre frase” Quod non fecerunt barbari, fecerunt  Barberini, in quanto per edificare l'opera commissionata dai Barberini smantellarono i bronzi del Pantheon. Il Bernini amava inganni virtuosistici dando sfogo al suo senso teatrale, poi però scordava l'essenziale: infatti il suo baldacchino , nel contesto imponente appare aggraziato quasi delicato; ci pensò il Borromini a sistemare la prospettiva mettendo sulla cupola una sfera dorata per riequilibrare il tutto. Non è facile amare Borromini: se tutte le opere del Bernini parlano di sensualità, le sue la negano.
Borromini morì suicida a 68 anni incastrando una spada alle traverse del letto e conficcandosela nel torace, Bernini muore a 82 anni sopravvivendogli di 14 anni e 3 Papi.
Diversi in tutto, geniali in tutto. Fino alla morte.
       
            (informazioni tratte da "  I segreti del Vaticano di Augias)
foto 1  Esterno di Sant'Ivo alla Sapienza
foto2  Lanterna di Sant'Ivo
foto3  Interno di Sant'Ivo
foto4   San Carlino esterno
foto5   San Carlino interno
foto6  Sant'Andrea interno
foto 7  cupola Sant'Andrea
foto8  Baldacchino di San Pietro

lunedì 4 gennaio 2016

Punti di vista

 Attenzione: post ad alto contenuto di antipatia



E' vero che in un multisala ho trovato quattro sale dedicate a Zalone, due ad un cartone e una per un film che nemmeno ricordo e di conseguenza la scelta era quasi scontata, infatti me ne sono andata, ma quello che afferma Franceschini è davvero preoccupante.
Queste affermazioni del ministro alla cultura non mi fanno sentire tranquilla: " Ministro le vorrei ricordare che la Cultura è ben altro, e la commedia all'italiana è talmente lontana da quello che lei ha visto al cinema da non sapere nemmeno riconoscerla".


sabato 26 dicembre 2015

Il giorno dopo









 E pure questo è passato! Fatto, finito , e si passa all’esamina di che cosa si fa oggi, che tradizionalmente è il giorno in cui si fa il bilancio di cosa è stato il Natale appena trascorso. Allora, ieri ci siamo sfondati a pranzo fino alle 4 di pomeriggio e dopo un po’ ci siamo intristiti come una domenica pomeriggio dopo le 5. Oggi aria nuova, si butta tutto, le cartacce dei regali, al riciclo per favore, e si fa la cernita dei regali da cambiare. Primi tra tutti gli oggetti per la casa, schiaccianoci, cavatappi, sottobicchieri vanno portati in parrocchia subito, insieme a tutti i vari angeli e suppellettili Thun che sono veramente trash, poi i capi d’abbigliamento con colori sbagliati, tipo fucsia, mattone bruciato, glicine si provano a cambiare domani 27, i negozi sono aperti, se vi dicono no, lo portate in parrocchia per i terremotati, che li butteranno non appena li vedono. I libri, se vi ritrovate con Moccia, Muccino, Volo e vi hanno fatto la dedica, strappate la pagina e lo riportate indietro  non se ne accorge nessuno, cercate di prenderne uno un poco più caro, così il libraio non fa obiezioni e non controlla se per caso avete strappato la pagina con la dedica. Se vi hanno regalato un cd brutto, vuol dire che avete sbagliato a frequentare una persona che ancora regala i cd e quindi ve lo tenete apposta e glielo ri-regalate tra due anni, quando non esisteranno più! Se vi hanno regalato un profumo brutto, cattivo, non un classico, ma uno di quelli nuovi, massima attenzione: dovete fingere il massimo gradimento, non appena capite che si tratta di un profumo, agiatate il pacchetto se capite che c’è un liquido dentro è un profumo, e fate finta: "Ma non mi dire che mi ha regalato Eau de Jambon, mamma mia, non sai quanto lo volevo, grazie!”. E lo mettete via senza aprire il cellophane, altrimenti non ve lo cambiano più! Domani lo cambiate con Eau de Cartier aggiungendo una piccola differenza oppure, se già avete il vostro profumo, con la crema corpo per un anno. E ricordatevi che il regalo più bello è sempre questo: un foglio di carta e qualche riga vergata a mano, sincera. Mia figlia ha ricevuto un dono gradito, ma in fondo alla confezione, quasi nascosto, c'era un foglietto ripiegato vergato a mano. E' riuscita a commuoversi lei ed io che ho avuto l'onore di leggerlo. Niente ha valore come le parole di coloro che ti apprezzano per quello che sei, senza ipocrisie e maschere.

martedì 22 dicembre 2015

Un mondo che va alla rovescia








Come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.
Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.
In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.
Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.
Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.
Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.
É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.
Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.
Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.
Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.
Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.
Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.
Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.
Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.
E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.
Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.
Sanno scherzare, senza prendere in giro.
Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.
Sono fatti così.
Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.
Persone che non fanno tendenza.
Forse.
Gente poco normale, di questi tempi.
Gente con l’anima.
Di dr.ssa Carla Sale Musio
Fonte: carlasalemusio.blog.tiscali.it

martedì 15 dicembre 2015

Il giudizio









Disponibile su Amazon
http://www.amazon.it/Per-mia-colpa-Antonella-Mattei-ebook/dp/B01922WDT2

E questa la rensione che ha ottenuto.

Il romanzo di Antonella Mattei ha un unico imperdonabile difetto: è troppo breve! E questa è davvero l’unica pecca, se così si può chiamarla, di una trama che coinvolge il lettore fin dalle prime righe, trasportandolo in un mondo costruito sulla base di emozioni forti. Per mia colpa è la storia di Agnese vissuta attraverso i suoi occhi, le sue sensazioni, le sue paure e le sue rassegnazioni. La vicenda di una giovane donna che, percorrendo le proprie vicissitudini fra un sottile filo il quale unisce il presente al passato e che si dipana nell’orrore umano, vive dentro in un inferno personale che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno.
Un orrore che inizia già con la nascita stessa della bimba, una figlia non desiderata e concepita per errore da una prostituta alcoolizzata. Un rapporto fra madre e figlia che nulla ha di umano se non la miseria stessa. Un riscatto sorto laddove ogni speranza pare ormai perduta nei miasmi di una rassegnazione preannunciata. E poi Lea, donna enigmatica, che diventa quel modello comportamentale che Agnese, da sola, non sarebbe mai stata in grado di concepire e riconoscere. Il breve romanzo scatena emozioni di ogni genere, dalla rabbia alla ribellione, dalla pietà all’umana comprensione, ma mai, neppure per un istante, protende nella direzione di un barlume di calore verso gli aguzzini, verso coloro che, per dubbi motivi, assolvono i colpevoli instillando nelle vittime il senso di colpa. Ed ecco che si spiega il titolo: Per mia colpa. Una colpa presunta e fortemente voluta da chi non è in grado di valutare le situazioni per ciò che realmente sono, dando un nome esatto a chi i crimini li commette. Una colpa che induce ad addossare le responsabilità a chi subisce, mettendo in croce chi non può e non deve ribellarsi. Una colpa che solo in alcuni casi può essere imputata al giusto soggetto. Nella maggior parte dei casi l’ignoranza, la rassegnazione e la mancanza di opportunità traducono i sottomessi in vittime materiali, in cui solo la fine può portare alla liberazione totale. E la liberazione equivale spesso alla morte. Il romanzo è un appello alla speranza, alla comprensione, ad aprire gli occhi di fronte a realtà che si snodano anche nel nostro quotidiano. L’essere ciechi non rende meno colpevoli, l’essere testimoni silenti non rende meno infami. La storia di Agnese può appartenere a chiunque, racchiude l’essenza e il seme di un germoglio che può attecchire ovunque e crescere in qualsiasi casa e contesto. Ignorare e voltare volutamente il viso da un’altra parte per non vedere, giudicando solo l’apparenza, ci rende aguzzini a nostra volta. Nessuno è esente. Dunque di chi è la colpa? Di chi subisce? Di chi infligge? O di chi osserva senza fare nulla? In questo caso la risposta pare semplice e scontata, ma nella realtà, nella vita comune di tutti i giorni, le sfumature si confondono e i confini diventano impercettibili. Il romanzo di Antonella Mattei rappresenta un esercizio di bravura notevole e benché sia stato prodotto solo in versione digitale, non presenta quei tipici difetti che si riscontrano nei testi pubblicati solo in ebook. Quindi, se vi piacciono i libri dalle trame imprevedibili, basati soprattutto sulle emozioni reali e umane che possono suscitare, questo è il testo che fa per voi.


Il romanzo di Antonella Mattei ha un unico imperdonabile difetto: è troppo breve! E questa è davvero l’unica pecca, se così si può chiamarla, di una trama che coinvolge il lettore fin dalle prime righe, trasportandolo in un mondo costruito sulla base di emozioni forti. Per mia colpa è la storia di Agnese vissuta attraverso i suoi occhi, le sue sensazioni, le sue paure e le sue rassegnazioni. La vicenda di una giovane donna che, percorrendo le proprie vicissitudini fra un sottile filo il quale unisce il presente al passato e che si dipana nell’orrore umano, vive dentro in un inferno personale che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno.
Un orrore che inizia già con la nascita stessa della bimba, una figlia non desiderata e concepita per errore da una prostituta alcoolizzata. Un rapporto fra madre e figlia che nulla ha di umano se non la miseria stessa. Un riscatto sorto laddove ogni speranza pare ormai perduta nei miasmi di una rassegnazione preannunciata. E poi Lea, donna enigmatica, che diventa quel modello comportamentale che Agnese, da sola, non sarebbe mai stata in grado di concepire e riconoscere. Il breve romanzo scatena emozioni di ogni genere, dalla rabbia alla ribellione, dalla pietà all’umana comprensione, ma mai, neppure per un istante, protende nella direzione di un barlume di calore verso gli aguzzini, verso coloro che, per dubbi motivi, assolvono i colpevoli instillando nelle vittime il senso di colpa. Ed ecco che si spiega il titolo: Per mia colpa. Una colpa presunta e fortemente voluta da chi non è in grado di valutare le situazioni per ciò che realmente sono, dando un nome esatto a chi i crimini li commette. Una colpa che induce ad addossare le responsabilità a chi subisce, mettendo in croce chi non può e non deve ribellarsi. Una colpa che solo in alcuni casi può essere imputata al giusto soggetto. Nella maggior parte dei casi l’ignoranza, la rassegnazione e la mancanza di opportunità traducono i sottomessi in vittime materiali, in cui solo la fine può portare alla liberazione totale. E la liberazione equivale spesso alla morte. Il romanzo è un appello alla speranza, alla comprensione, ad aprire gli occhi di fronte a realtà che si snodano anche nel nostro quotidiano. L’essere ciechi non rende meno colpevoli, l’essere testimoni silenti non rende meno infami. La storia di Agnese può appartenere a chiunque, racchiude l’essenza e il seme di un germoglio che può attecchire ovunque e crescere in qualsiasi casa e contesto. Ignorare e voltare volutamente il viso da un’altra parte per non vedere, giudicando solo l’apparenza, ci rende aguzzini a nostra volta. Nessuno è esente. Dunque di chi è la colpa? Di chi subisce? Di chi infligge? O di chi osserva senza fare nulla? In questo caso la risposta pare semplice e scontata, ma nella realtà, nella vita comune di tutti i giorni, le sfumature si confondono e i confini diventano impercettibili. Il romanzo di Antonella Mattei rappresenta un esercizio di bravura notevole e benché sia stato prodotto solo in versione digitale, non presenta quei tipici difetti che si riscontrano nei testi pubblicati solo in ebook. Quindi, se vi piacciono i libri dalle trame imprevedibili, basati soprattutto sulle emozioni reali e umane che possono suscitare, questo è il testo che fa per voi.
Il romanzo di Antonella Mattei ha un unico imperdonabile difetto: è troppo breve! E questa è davvero l’unica pecca, se così si può chiamarla, di una trama che coinvolge il lettore fin dalle prime righe, trasportandolo in un mondo costruito sulla base di emozioni forti. Per mia colpa è la storia di Agnese vissuta attraverso i suoi occhi, le sue sensazioni, le sue paure e le sue rassegnazioni. La vicenda di una giovane donna che, percorrendo le proprie vicissitudini fra un sottile filo il quale unisce il presente al passato e che si dipana nell’orrore umano, vive dentro in un inferno personale che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno.
Un orrore che inizia già con la nascita stessa della bimba, una figlia non desiderata e concepita per errore da una prostituta alcoolizzata. Un rapporto fra madre e figlia che nulla ha di umano se non la miseria stessa. Un riscatto sorto laddove ogni speranza pare ormai perduta nei miasmi di una rassegnazione preannunciata. E poi Lea, donna enigmatica, che diventa quel modello comportamentale che Agnese, da sola, non sarebbe mai stata in grado di concepire e riconoscere. Il breve romanzo scatena emozioni di ogni genere, dalla rabbia alla ribellione, dalla pietà all’umana comprensione, ma mai, neppure per un istante, protende nella direzione di un barlume di calore verso gli aguzzini, verso coloro che, per dubbi motivi, assolvono i colpevoli instillando nelle vittime il senso di colpa. Ed ecco che si spiega il titolo: Per mia colpa. Una colpa presunta e fortemente voluta da chi non è in grado di valutare le situazioni per ciò che realmente sono, dando un nome esatto a chi i crimini li commette. Una colpa che induce ad addossare le responsabilità a chi subisce, mettendo in croce chi non può e non deve ribellarsi. Una colpa che solo in alcuni casi può essere imputata al giusto soggetto. Nella maggior parte dei casi l’ignoranza, la rassegnazione e la mancanza di opportunità traducono i sottomessi in vittime materiali, in cui solo la fine può portare alla liberazione totale. E la liberazione equivale spesso alla morte. Il romanzo è un appello alla speranza, alla comprensione, ad aprire gli occhi di fronte a realtà che si snodano anche nel nostro quotidiano. L’essere ciechi non rende meno colpevoli, l’essere testimoni silenti non rende meno infami. La storia di Agnese può appartenere a chiunque, racchiude l’essenza e il seme di un germoglio che può attecchire ovunque e crescere in qualsiasi casa e contesto. Ignorare e voltare volutamente il viso da un’altra parte per non vedere, giudicando solo l’apparenza, ci rende aguzzini a nostra volta. Nessuno è esente. Dunque di chi è la colpa? Di chi subisce? Di chi infligge? O di chi osserva senza fare nulla? In questo caso la risposta pare semplice e scontata, ma nella realtà, nella vita comune di tutti i giorni, le sfumature si confondono e i confini diventano impercettibili. Il romanzo di Antonella Mattei rappresenta un esercizio di bravura notevole e benché sia stato prodotto solo in versione digitale, non presenta quei tipici difetti che si riscontrano nei testi pubblicati solo in ebook. Quindi, se vi piacciono i libri dalle trame imprevedibili, basati soprattutto sulle emozioni reali e umane che possono suscitare, questo è il testo che fa per voi.
Il romanzo di Antonella Mattei ha un unico imperdonabile difetto: è troppo breve! E questa è davvero l’unica pecca, se così si può chiamarla, di una trama che coinvolge il lettore fin dalle prime righe, trasportandolo in un mondo costruito sulla base di emozioni forti. Per mia colpa è la storia di Agnese vissuta attraverso i suoi occhi, le sue sensazioni, le sue paure e le sue rassegnazioni. La vicenda di una giovane donna che, percorrendo le proprie vicissitudini fra un sottile filo il quale unisce il presente al passato e che si dipana nell’orrore umano, vive dentro in un inferno personale che solo chi lo ha vissuto può comprendere appieno.
Un orrore che inizia già con la nascita stessa della bimba, una figlia non desiderata e concepita per errore da una prostituta alcoolizzata. Un rapporto fra madre e figlia che nulla ha di umano se non la miseria stessa. Un riscatto sorto laddove ogni speranza pare ormai perduta nei miasmi di una rassegnazione preannunciata. E poi Lea, donna enigmatica, che diventa quel modello comportamentale che Agnese, da sola, non sarebbe mai stata in grado di concepire e riconoscere. Il breve romanzo scatena emozioni di ogni genere, dalla rabbia alla ribellione, dalla pietà all’umana comprensione, ma mai, neppure per un istante, protende nella direzione di un barlume di calore verso gli aguzzini, verso coloro che, per dubbi motivi, assolvono i colpevoli instillando nelle vittime il senso di colpa. Ed ecco che si spiega il titolo: Per mia colpa. Una colpa presunta e fortemente voluta da chi non è in grado di valutare le situazioni per ciò che realmente sono, dando un nome esatto a chi i crimini li commette. Una colpa che induce ad addossare le responsabilità a chi subisce, mettendo in croce chi non può e non deve ribellarsi. Una colpa che solo in alcuni casi può essere imputata al giusto soggetto. Nella maggior parte dei casi l’ignoranza, la rassegnazione e la mancanza di opportunità traducono i sottomessi in vittime materiali, in cui solo la fine può portare alla liberazione totale. E la liberazione equivale spesso alla morte. Il romanzo è un appello alla speranza, alla comprensione, ad aprire gli occhi di fronte a realtà che si snodano anche nel nostro quotidiano. L’essere ciechi non rende meno colpevoli, l’essere testimoni silenti non rende meno infami. La storia di Agnese può appartenere a chiunque, racchiude l’essenza e il seme di un germoglio che può attecchire ovunque e crescere in qualsiasi casa e contesto. Ignorare e voltare volutamente il viso da un’altra parte per non vedere, giudicando solo l’apparenza, ci rende aguzzini a nostra volta. Nessuno è esente. Dunque di chi è la colpa? Di chi subisce? Di chi infligge? O di chi osserva senza fare nulla? In questo caso la risposta pare semplice e scontata, ma nella realtà, nella vita comune di tutti i giorni, le sfumature si confondono e i confini diventano impercettibili. Il romanzo di Antonella Mattei rappresenta un esercizio di bravura notevole e benché sia stato prodotto solo in versione digitale, non presenta quei tipici difetti che si riscontrano nei testi pubblicati solo in ebook. Quindi, se vi piacciono i libri dalle trame imprevedibili, basati soprattutto sulle emozioni reali e umane che possono suscitare, questo è il testo che fa per voi.

martedì 1 dicembre 2015

Ci siamo!









Dalla mezzanotte di oggi e fino al 4 Dicembre, come anticipato nel post precedente, piovono libri!
Ecco il link per il mio libro: buona lettura!
http://ilmondodelloscrittore.altervista.org/autori-m-r/mattei-antonella

E approfittate di questa straordinaria iniziativa: 486 titoli, centinaia di autori e case editrici a prezzi bassissimi.