martedì 10 maggio 2016

Mistero ed esoterismo nel cuore della Roma bene: il quartiere Coppedè.


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di Keiko
Ci fu un tempo nel quale frequentavo assiduamente via Tagliamento, sede del favoloso Piper, discoteca romana che ha segnato un’epoca e messo in luce artisti di fama mondiale. Quando s’imbocca via Tagliamento e la si percorre per un certo tratto, si arriva di fronte all’ingresso di un quartiere, quasi una cittadella, tanto affascinante quanto misteriosa: quel tipo di mistero che atterrisce un pochino e quindi, ovviamente, ti attira nei suoi meandri. Sto parlando del famoso quartiere Coppedè.
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Ti lasci alle spalle via Tagliamento e piazza Buenos Aires ed ecco che un lugubre arco, con un lampadario in ferro battuto, fanno da cornice gotica ad un insieme di villini e appartamenti. Ricordo che quando passavo sotto quest’arco e il lampadario oscillava lentamente per il vento che s’incanalava, mi sembrava di sentire sempre un lamento e l’impressione di essere osservata da presenze oscure non mi lasciava mai. Molti visitatori hanno l’impressione di essere osservati da dietro le finestre chiuse. Ulteriore perplessità la suscita una piccola edicola devozionale nella quale il Bambino non rivolge lo sguardo alla Madre ma a ogni possibile passante.
edicola
Questo bizzarro e misterioso quartiere deve il suo nome all’architetto-scultore fiorentino Gino Coppedè che, scelto dai finanzieri Cerruti della società «Edilizia Moderna», lo realizzò tra il 1913 ed il 1921. La lunga interruzione dovuta alla guerra e la morte nel 1927 dell’architetto non permise il compimento del progetto che rimane comunque un’attrattiva molto suggestiva e considerata da molti un polo esoterico e, per alcune scuole di pensiero, di satanismo.
Oltre l’arco, procedendo per via Brenta, si giunge alla piazza principale del quartiere, piazza Mincio, che ospita la famosa Fontana delle Rane e che vide i Beatles farsi il bagno vestiti dopo un concerto al suddetto Piper. cop3La vasca della fontana ospita tra le altre figure, un’ape: possibile tributo dell’architetto al grande Bernini, nonché simbolo massonico. Ospiti del quartiere sono il Villino delle Fate e l’Ambasciata Russa. Il Villino è decisamente surreale: affatto coeso con il resto dell’edilizia del quartiere tutt’intorno, i materiali usati, quali vetri colorati, travertini e marmi, rendono l’edificio fiabesco e, come al solito, inquietante; la vegetazione con palme ad alto fusto, cespugli fitti, poi colonne e capitelli, non fanno altre che esasperare giochi di luce e di ombre che non lasciano indifferenti. L’Ambasciata Russa ha elementi neoclassici, greci, medievali e cristiani, con una edicola sacra posta talmente in alto da risultare quasi invisibile, mentre il tetto risulta sorretto da figure di animali. Questo quartiere è da sempre molto amato dai registi, primo Dario Argento, tanto per dire l’effetto che induce al visitatore; quello che è certo che l’architetto Coppedè non ha avuto né predecessori, né successori così eclettici e visionari.
Un dettaglio da non sottovalutare il costo degli appartamenti: in questa spettacolare zona, un appartamento di una settantina di metri quadri va dal milione al milione e mezzo di euro.

mercoledì 27 aprile 2016

La morte bianca

haya giovane

Ci sono persone, sconosciute ai più, le cui vite e le imprese  eroiche sono state portate sul grande schermo e quindi divenute famose: il caso di Chris Kayle le cui gesta, sotto la regia di Eastwood, hanno dato vita al celebre film American sniper e da allora tutto il mondo conosce le sue azioni. In verità  Kayle non fu tra i più letali cecchini: con i suoi 160 nemici abbattuti non si avvicina nemmeno lontanamente al più pericoloso Vasily Zaytsev, militare sovietico con oltre 230 vittime sotto i suoi tiri, le cui gesta sono raccontate nel film Il nemico alle porte.
In realtà, il più pericoloso, il più letale, l’inafferrabile cecchino che fece tremare l’Armata Rossa, fu Simo Haya. Giovane agricoltore e allevatore finlandese, alto appena un metro e sessanta, armato di un micidiale Mosin-Nagant, diede vita alla sua personale guerra contro l’avanzata delle truppe sovietiche nella sua nazione. Con temperature inferiori ai meno venti, meno trenta gradi, Simo Haya spazzava la neve intorno a lui e si  mimetizzava nella tundra immacolata ricoperto solo dal suo telo mimetico bianco. Restava così. Immobile per ore e ore, masticando neve per non creare condensa con l’alito e poi dava vita alla sua maestria. Tirava sino a quattrocento metri di distanza e senza l’ausilio del mirino telescopico che aveva rimosso perché sapeva che il riflesso delle lenti avrebbe potuto tradirlo: si affidava solo alle tacche di mira e al fatto che i soldati sovietici avanzavano sempre in schieramento orizzontale e  decimava letteralmente interi battaglioni. I sovietici mandarono altri cecchini per scovare la misteriosa “morte bianca”, così fu soprannominato, ma nessun  tiratore scelto inviato per ucciderlo, tornò mai indietro. Il comando sovietico decise che non riuscendo a scovarlo, avrebbe bombardato a tappeto tutte le zone in cui ipoteticamente Haya poteva trovarsi: non riuscirono a trovarlo, ma i soldati russi freddati da un solo colpo aumentavano a dismisura: in cento giorni dall’inizio del conflitto Haya aveva colpito ben oltre settecentocinquanta uomini, e per difetto. Sfuggì a molti bombardamenti  fino a quando un proiettile della fanteria lo colpì alla mascella riducendolo in coma, ma negli stessi giorni il conflitto tra Unione Sovietica e Finlandia ebbe termine. Dopo dieci giorni di coma Haya si riprese e venne insignito di ben cinque onorificenze al valore dell’Esercito Finlandese e promosso al grado di Sottotenente. Dopo la fine della guerra si ritirò a vita privata e morì nel 2002 a novantasette anni. E’ considerato uno dei più valorosi eroi nazionali. Piccolo e letale Haya  portò a termine quello che si era prefisso: distruggere il nemico.
haya frase

giovedì 31 marzo 2016

Le parole sono importanti






Mi sento bene quando vengono interpretate nel modo giusto  le mie parole.
In questa recensione di Marina Atzori, i personaggi del mio libro sembrano vivere, parlano e interagiscono col lettore, come ho sempre sperato accadesse, ed è anche il fine stesso di qualsiasi racconto.
http://marinaatzori.altervista.org/recensione-marina-atzori/

Spero presto di avere una versione cartacea per tutti coloro che amano l'odore della carta e dell'inchiostro.

mercoledì 16 marzo 2016

Chi ci capisce e chi no






Se uno scrive, a meno che non stili la lista della spesa, lo fa con passione, con lo stomaco, con l’anima, dopo interviene la parte razionale che elabora tutto quello scritto nero su bianco e lo rende leggibile a terzi. E comincia così ad inviare manoscritti a diverse case editrici: quelle inarrivabili, quelle famose, quelle stanno in una via di mezzo, quelle che ci provano, quelle che si arrabatano. Quelle a pagamento nemmeno le nomino. Ovviamente dopo un po’ d’esperienza l’autore non manderà le sue poesie a chi pubblica hard boiled o noir a chi è specializzato in narrativa rosa: non siamo così sciocchi, spettabili editori; se ne deduce quindi che alcune lettere di rifiuto sono assolutamente ridicole. Ma alcune sono davvero incredibili. E hanno fatto storia.
Pensate che qualsivoglia editore possa negare la pubblicazione al re King o Le Carrè?
Ebbene si! E sono anche in buona compagnia, diversi editori, forse negligenti, forse impreparati o magari solo non all’altezza di riconoscere le straordinarie capacità dell’arte pura, se ne sono fatti scappare molti e tutti scrittori di prima grandezza.
Le lettere di rifiuto sono a dir poco assurde e ridicole, ti fanno pensare: “Ma sicuro che questi ci capiscono qualcosa di narrativa? Non è che ho spedito il manoscritto a mia nonna?”.
No, li hanno spediti a veri (almeno pare) editori e quelle a seguire, raccolte dal prestigioso Thelegraph, sono le lettere di rifiuto che gli autori hanno ricevuto e le assurde motivazioni addotte.
E meno male, dico io!
Per loro fortuna, altre persone, predisposte all’arte, hanno saputo cogliere la bellezza che non a tutti è concessa riconoscere.
1. Vladimir Nabokov, Lolita
«Per gran parte è nauseante, anche per un freudiano illuminato… è una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»
Vladimir Nabokov, esule russo che già dal 1940 si era stabilito negli Stati Uniti, non seppellì mai Lolita e riuscì a pubblicarlo in Francia nel 1955 con la Olympia Press, una casa editrice specializzata in narrativa erotica, dopo due anni di rifiuti da alcune prestigiose case editrici statunitensi (Viking Press, Simon&Schuster, New Directions, Farrar e Doubleday). Il libro diventò immediatamente quello che si chiama “un caso letterario”, apprezzato da scrittori e critici tra i più rispettati del tempo: quando Graham Greene lo lesse nell’edizione francese, in un’intervista al Sunday Times di Londra lo definì come «uno dei migliori romanzi dell’anno». Nonostante questo il romanzo non venne pubblicato in Gran Bretagna fino al 1957, perché il ministero degli Interni ne vietò la distribuzione. Anche il governo francese decise che ne fossero ritirate tutte le copie in commercio. La prima edizione americana risale al 1958. In Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 1962.
2. Anna Frank, Diario
«La ragazza non possiede, a mio parere, una speciale percezione o sensibilità che sollevi quel libro al di sopra del livello di curiosità.»
Questo è solo uno dei 15 editori che non ritennero che il Diario di Anna Frank valesse la pena di essere letto. Il testo, rivisto e redatto dal padre di Anna, Otto Frank, dopo svariati passaggi finì nelle nelle mani della coppia di storici olandesi Jan Romein e Annie Romein-Verschoor che dopo alcuni tentativi, senza successo, di trovare una casa editrice interessata alla pubblicazione, il 3 aprile del 1946 scrissero un breve articolo sul Diario sulla prima pagina del quotidiano Het Parool. Infine, fu la casa editrice Contact di Amsterdam a pubblicare il libro richiedendo però che venissero tolti alcuni passaggi in cui Anne Frank scrive della sua sessualità. Il redattore capo decise di apportare anche altre piccole modifiche. Il Diario uscì il 25 giugno del 1947 con il titolo «L’Alloggio segreto. Diario epistolare dal 14 giugno 1942 al 1 agosto 1944» con una tiratura di 3 mila copie.
3. Herman Melville, Moby Dick
«Primo, per sapere: deve essere proprio una balena? Capisco che sia un ottimo espediente narrativo, per certi versi addirittura esoterico, ma vorremmo che l’antagonista avesse un aspetto potenzialmente più popolare tra i giovani lettori. Per esempio, il Capitano non potrebbe essere in lotta con la propria depravazione verso giovani e magari voluttuose signorine?»
Così scrisse Peter J Bentley, redattore presso la casa editrice britannica Betley & Son, che gli offrì comunque un contratto nel 1851. Moby Dick venne pubblicato 18 mesi più tardi del previsto e con grandi spese sostenute dall’autore stesso. Delle giovani fanciulle voluttuose non c’è traccia, nell’edizione finale.
4. David Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
«Per il tuo bene, non pubblicare questo libro.»
Pubblicato per la prima volta nel 1928, l’opera venne immediatamente considerata oscena a causa dei riferimenti espliciti di carattere sessuale e del contenuto (racconta della relazione tra una donna della borghesia e un uomo appartenente alla classe operaia). Il romanzo venne perciò messo al bando specialmente nell’Inghilterra del tempo, in piena morale vittoriana, tanto che sarà pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1960.
5. Anita Loos, Gli uomini preferiscono le bionde
«Ti rendi conto, ragazzina, che sei il primo scrittore americano a prendere in giro il sesso?»
Gli uomini preferiscono le bionde venne pubblicato con successo nel 1925: il primo rifiuto che ricevette suonerebbe oggi come un gran riconoscimento.
6. Sylvia Plath, La campana di vetro
«Miss Play ha dimestichezza con le parole e un occhio attento per le cose inusuali e i dettagli vividi. Ma forse, ora che si è disfatta di questo libro, la prossima volta userà il suo talento più efficacemente. Dubito che a qualcuno mai venga in mente di leggere questo libro, quindi potrebbe avere una seconda possibilità.»
Un editor della Alfred A. Knopf, casa editrice di New York, respinse il romanzo una prima volta nel 1963 quando l’autrice lo presentò con uno pseudonimo (Victoria Lucas). Dopo aver realizzato che era stato scritto invece da Plath, che aveva già pubblicato un paio di raccolte di poesie, lo stesso editor lo rilesse e inviò una seconda lettera che conteneva però un nuovo rifiuto. Riuscì anche a scrivere il vero nome dell’autrice in tre diversi modi, tutti sbagliati. «La prossima volta» non ci fu: Sylvia Plath si era suicidata sei settimane prima, l’11 febbraio del 1963.
7. John Le Carré, La spia che venne dal freddo
«Benvenuto in Le Carré, non ha nessun futuro.»
Un messaggio di un editor a un suo collega per introdurgli un manoscritto di Le Carré.
8. George Orwell, La fattoria degli animali
«Concordiamo che sia un notevole scritto, che la favola è trattata con grande abilità e che la narrazione di per sè mantiene vivo l’interesse: qualcosa che pochi autori sono riusciti a raggiungere da Gulliver in poi. Tuttavia, non siamo convinti (…) che questo sia il giusto punto di vista da cui criticare l’attuale situazione politica. (…) I suoi maiali sono molto più intelligenti degli altri animali, e perciò sono i più qualificati per gestire la fattoria – in realtà non ci sarebbe potuta essere nessuna Fattoria degli Animali senza di loro: quindi qualcuno potrebbe sostenere che serva non più comunismo ma più maiali dotati di più senso civico. Sono molto dispiaciuto, perché chiunque pubblichi questo romanzo avrà naturalmente l’opportunità di pubblicare i suoi lavori futuri: e ho molta considerazione per i suoi lavori, perché lei è un esempio di scrittura di fondamentale integrità.»
Certo, La fattoria degli animali ha venduto 20 milioni di copie, ma prima di essere pubblicata, nel 1944 fu respinta dalla prestigiosa casa editrice Faber&Faber da T. S. Eliot, grande saggista, editore e scrittore. La lettera integrale del rifiuto venne pubblicata sul Times nel 1969 (dopo la morte di entrambi) nella sezione “Lettere all’Editore”: fu spedita dalla seconda e ultima moglie di Eliot, Valerie.
9. Stephen King, Carrie
«Non siamo interessati alla fantascienza distopica. Non vende.»
Carrie fu il primo romanzo di Stephen King a essere pubblicato, nel 1974, ma fu respinto così tante volte che l’autore ha raccolto le tante note delle case editrici nella sua camera da letto. Uscì finalmente nel 1974 con una tiratura di 30 mila copie. L’anno dopo ne vendette oltre un milione.
10. Gertrude Stein
«Sono uno, uno solo, soltanto uno. Un solo essere, uno in ogni istante. Non due, non tre, solo uno. Solo una vita da vivere, solo sessanta minuti in un’ora. Solo un paio di occhi. Solo un cervello. Essendo solo un singolo essere con un solo paio di occhi e una sola vita da vivere, non posso leggere il tuo manoscritto tre o quattro volte. Neanche una volta. Difficilmente se ne venderà una copia qui. Difficilmente una. Soltanto una».
Così un accorato Arthur Fifield, fondatore della casa editrice britannica AC Fifield, scrisse a Gertrude Stein dopo aver ricevuto uno (solo uno) dei suoi manoscritti nel 1912.
11. Ernest Hemingway, Fiesta
«Se posso essere schietta, signor Hemingway – lei sicuramente lo è, nella sua prosa – ho trovato il suo libro noioso e offensivo al tempo stesso. Lei sicuramente è un “vero uomo”, non è così? Non sarei sorpresa di scoprire che ha scritto tutta la storia chiuso dentro a un club, con il pennino in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra»
Fiesta (Il sole sorgerà ancora) fu il primo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, pubblicato a New York nel 1926 e a Londra nel 1927. Così, però, Moberley Luger della casa editrice Peacock & Peacock rifiutò nel 1925 la pubblicazione.
Fonti di riferimento per le lettere: Post Libri

lunedì 14 marzo 2016

La diva fragile

Cammino spesso sopra un marciapiede sporco, trascurato, davanti ai teatri di posa di Cinecittà: c’è una stella di marmo in terra, ignorata, logorata dal tempo, invisibile ai più, tra cartacce svolazzanti e mozziconi di sigarette: è per l’attrice italiana più grande  di tutti i tempi, perché c’è la Bellucci che è bella da morire ma quando recita si rischia la narcolessia e poi c’è la Loren, una icona è vero, ma non potrà mai raggiungere lei: Nannarella.
herbert list
In questa sua foto storica  del fotografo tedesco Herbert List, Anna Magnani ha il mento appoggiato sulla mano, i capelli corvini che nessuna messa in piega sarebbe riuscita a domare, la bocca carnosa e volitiva, lo sguardo perso chissà dove, le sopracciglia marcate. E le occhiaie - non sarebbe la Magnani senza occhiaie - a causa di "una lacrima di troppo e una carezza in meno". Un’ attrice di prima grandezza, una donna dal temperamento potente, il suo grande amico Tennesse William diceva di lei: "una che affondava gli artigli nel cuore" leggendarie le sfuriate con Visconti, persino De Sica era intimidito dal suo temperamento - la Magnani era fragile e tormentata in amore. Nessuno riuscì mai ad asciugare quella lacrima di troppo e a compensare la carezza negata. Né Goffredo Alessandrini, il regista che sposò prima della guerra; né Massimo Serato, il padre che l’adorato figlio Luca  non avrebbe mai chiamato papà; né Roberto Rossellini che scappò di casa inventando una bugia miserabile per correre tra le braccia della Bergman; né Anthony Franciosa, di vent'anni più giovane, nonostante la focosa attrazione che si scatenò sul set di Selvaggio è il vento; né Marlon Brando, il magnifico bastardi di Pelle di serpente al quale riuscì solo a strappare un bacio (o un morso?) a forza.
anna brandoanna franciosa
Oscar nel 1956 con La rosa tatuata, non andò alla premiazione: Anna si aggira scalza in pantaloni nascondendo anche a se stessa la propria ansia. Per allentare la tensione, esce di casa sotto la pioggia e fa una lunga passeggiata con i suoi cani. Quando ritorna è più serena, ma solo alle quattro di mattina decide finalmente di andare a dormire". La svegliarono al telefono: aveva vinto - miglior attrice protagonista per La rosa tatuata. Lei a sua volta svegliò il piccolo Luca, che a quattordici anni ormai intuiva la grandezza dell'artista che stentava a chiamare mamma. "Non è mai stata una donnetta, una donnicciola, non ha mai fatto chiacchiere da cortile, era sempre una regina, non ha mai discusso di cose meschine", dichiara il figlio Luca in una biografia della madre.
anna oscarla rosa tatuata
E sempre a lei la Loren deve il suo successo: nel film La ciociara il ruolo principale era destinato alla Magnani che rifiutò sdegnata la proposta di De Sica quando seppe che la “figlia” sarebbe stata la Loren secondo lei troppo grande d’età al suo confronto. Se la Loren è stata effettivamente straordinaria in quel ruolo capitatole come un dono del cielo, non oso pensare  cosa ci siamo persi quando Nannarella decise di non fare più il film.
Riconoscere la grandezza della Magnani  non è molto complicato: c’è qualcuno nel panorama italiano che potrebbe essere una sua possibile erede? Non ne vedo. Mi dispiace per tutte quelle fanciulle che inseguono il sogno di recitare ma Nannarella aveva un fuoco dentro, una sofferenza che l’allontanava dalla vita reale, trasportandola nella finzione cinematografica donandosi completamente al pubblico. Non esistono attrici così, almeno in Italia.
Malgrado molti non la considerino una donna estremamente attraente e magnetica, molti furono gli attori di Hollywood che persero la testa per lei. Racconta Clint Eastwood che quando lo convocarono a Cinecittà per Un pugno di dollari, lui chiese, anzi impose di conoscere immediatamente Nannarella: era folle di lei, la trovava una donna straordinaria, diceva che i suoi occhi lo incendiavano e avrebbe voluto passare le dita tra quei capelli sempre spettinati. Per convincerlo a venire a Roma gli promisero di fargli incontrare Anna, ma quando fu il momento, lei gli passò a fianco salutando solo il regista Sergio Leone e ignorando totalmente il giovane aitante dagli occhi di ghiaccio: gli restò nelle narici il suo profumo e i suoi capelli corvini indomiti che svolazzavano nel vento romano.
Anna ordinava ai suoi truccatori di non nasconderle le rughe :" Ci ho messo una vita a farle venire, e mo' me le volete cancellà?!" Alla faccia del botulino e ritocchino!
Anche Renato Zero ha un aneddoto bellissimo sulla Magnani: si trovava ragazzino nella utilitaria del padre, caldo e traffico sulla Colombo già da allora. La Prinz del papà rallenta e lui vede sulla corsia alla sua destra una Mercedes cabrio che li affianca e guarda affascinato e trasognato una donna stupenda che ricambia sorridente il suo sguardo, restano così un po', poi lui ricorda il tintinnio dei suoi bracciali d'oro mentre si aggiusta i capelli ribelli e lei che, ripartendo, gli dice  ridendo: " Ciao nì!"
Renato guardò il papà e disse " Papà, mi ha salutato la Magnani!". " Renatì, mo' papà te compra un cornetto e un cappuccino così te sveji!"
Anche per lui fu un sogno e fece suo il saluto di Nannarella.
Grande, grandissima attrice, forse non del tutto compresa, alla quale non furono certo regalati ruoli ad hoc: li ha fatti suoi tutti, anche quelli che male si legavano al suo temperamento infuocato, segno di talento innato, spirito istrione e arte allo stato puro.
Ciao nì!
anna1
Fonti:
R.it spettacoli
Annamagnanisito
Foto
Google

lunedì 7 marzo 2016

Big Bamboo

current+prostituzione
Giovani, belli e secondo un certo immaginario diffuso in Occidente, prestanti. Il big bamboo: sogno di una mascolinità esotica, immersa nell’ebbrezza del viaggio. Facile, facilissima da ottenere.
È turismo sessuale femminile? Piano con le parole. Non c’è (ancora) una definizione condivisa per questo fenomeno, che pure conosce una certa diffusione dalla fine degli anni ’80 , fino a riguardare  circa 600mila persone ogni anno.  Le donne viaggiano in luoghi esotici (di solito i Caraibi,  ma anche il Medioriente, l’Africa nera) e incontrano ragazzi locali con cui intrecciano una vera e propria storia. È “romance tourism”, esperienza più ampia e profonda rispetto al semplice “turismo sessuale”, alla maniera maschile. Certo, il fatto che, in ogni caso, sia decisivo il potere economico della donna (in genere occidentale, ma possono essere anche giapponesi, che preferiscono il Nepal) maggiore rispetto al maschio locale, non può però essere ignorato. Nonostante le fantasie, le dinamiche e le varie complessità, gratta gratta si finisce sempre lì: alla prestazione pagata.
Uscendo dalle diatribe accademiche  e si guarda alla realtà, si nota che il meccanismo è più o meno definito. Turiste del Primo Mondo che, in visita in un luogo esotico, si aprono a relazioni più o meno esclusive con ragazzi del posto, ai quali concedono regali (anche nella forma di denaro liquido) e, nei casi più estremi, anche la possibilità di vivere all’estero, sobbarcandosi le spese per viaggi e visti. Spesso il rapporto assume connotati sentimentali e regala l’illusione di vivere una storia romantica, un’avventura che supera i normali percorsi del turista. Così, almeno, è come la pensano le donne. Pochi si chiedono, invece, come la pensino gli uomini locali: il loro punto di vista può apparire diverso. Per certi aspetti, molto più cinico. Quando cercano una conquista sessuale tra le turiste, si rivolgono a quelle giovani (di solito tra i venti e i trent’anni) e bionde. Se vogliono soldi, allora ripiegano su donne più mature (dai 40 in su) o sovrappeso. Sanno di giocare sulla loro vulnerabilità.
Il posto migliore per passare all’attacco sono le spiagge. Qui selezionano le turiste meno abbronzate (vuol dire che sono arrivate da poco, e resteranno più tempo) e cominciano a parlare. Sanno che i primi giorni (al massimo due) devono essere sorridenti, gentili e molto “gradevoli”. Spesso portano fiori, si offrono come guide e istruttori di ballo, presentano i loro amici e offrono esperienze della vita tipica del luogo quasi esclusive. Sulla base delle esperienze, continuano gli studiosi, hanno stabilito che le donne più facili sono le canadesi francesi, seguite dalle canadesi inglesi. Poi, al terzo posto, le italiane.
«Le donne del Quebec sono convinte che siamo preferibili per il sesso», dichiara uno dei beach boys intervistati. Hanno assorbito l’immaginario occidentale sviluppato su di loro: un impasto di vigore virile pre-moderno, quasi primitivo, legato alla natura. «Essere neri è meglio, è più esotico», dice un altro beach boy. E lo sfruttano. Non a caso il rapporto con la turista, anche se fondato su una remunerazione economica, prevede (quasi) sempre che «la donna si lasci “spazzare via” dal partner, piuttosto che affermare il proprio potere», spiegano gli studiosi. Questo perché, nell’immaginario della viaggiatrice, in quel mondo esotico e immaginario il potere è associato alla virilità: assecondarlo significa godere appieno dell’esperienza della vacanza, nel modo più autentico. Significa entrare a far parte in un mondo diverso, lontano da quello conosciuto, rispettandone le regole. Anche quelle immaginarie.
I beach boys, a differenza delle prostitute, non mercanteggiano sul sesso, ma sull’intimità, che è più questione più ampia e, secondo la mentalità occidentale, non può essere condivisa al di fuori della coppia
Come sanno anche i beach boys, è meglio non parlare di soldi. Non sta bene, e soprattutto disturba l’illusione di un rapporto romantico. Quando servono però, hanno sviluppato tecniche efficaci. Ad esempio, fingono di offrire la cena per mostrare che, in realtà, non hanno davvero i soldi per farlo. Le turiste reagiscono fornendo, sottobanco, la cifra necessaria. E anche di più. Oppure, quando la conversazione (i beach boys imparano a sostenerle in modo accettabile in almeno quattro lingue) finisce su argomenti come lavoro e impiego, è uso fingere uno sguardo triste e turbato. Le turiste reagiscono, il più delle volte, offrendo denaro.
Quando si arriva al rapporto sessuale, il locale sa che deve adeguarsi a un immaginario preciso (che, del resto, essendo molto lusinghiero sulla sua virilità, non ha faticato a fare suo), promettendo esperienze sessuali «ricche». Scendendo nel dettaglio, fanno molta attenzione al piacere della donna. Accontentano ogni richiesta e si preoccupano degli orgasmi. Per loro è un dovere: quando non sono attratti dal partner, «si concentrano sul viso, o su una specifica parte del corpo della donna». Oppure «non guardano da nessuna parte, e pensano ad altro».
Secondo Jesus, di Puerto Viejo, in Costarica, «se una donna prende la mia energia, mi deve qualcosa in cambio». Il senso della frase è più complesso di quanto possa apparire. L’energia è, senza dubbio, quella impiegata nel rapporto sessuale. Ma ciò che una donna (una turista) prende a quelli come Jesus, non è “l’energia” intesa come prestazione sessuale: è di più, e somiglia molto al concetto di “esclusiva”. I beach boys, a differenza delle prostitute, non mercanteggiano sul sesso, ma sull’intimità, che è più questione più ampia e, secondo la mentalità occidentale, non può essere condivisa al di fuori della coppia. Appena le donne vedono in pericolo l’intimità, cioè il senso della coppia, di fronte, ad esempio, alla minaccia del loro prescelto di andare con un’altra, sono disposte a pagare pur di tenerselo stretto. I boys lo sanno e, in cambio, regalano un rapporto romantico, senza dubbio intimo. Per essere più precisi, lo vendono.
Forse, allora, è giusto parlare di “romance tourism”, come sostengono Pruitt e LaFont. Non è solo sesso (ma quando mai lo è?) quello che le donne cercano in questi luoghi esotici. Lo trovano pagando, sì, e ne hanno in cambio una storia profonda e intensa. Ma c’è un problema: alla fine il conto non torna davvero.
Uno dei rimproveri dei beach boys nei confronti delle donne straniere, è che «alla fine, se ne vanno». È una lamentela singolare: il turista, per definizione, riparte. Eppure è proprio questo il punto: con la loro mobilità, semplice e privilegiata, i viaggiatori occidentali rivelano, al di là delle esperienze sentimentali ed erotiche, la profonda differenza sociale tra i due mondi. C’è chi è libero di spostarsi, e chi no: molti dei beach boys non lasciano i Paesi d’origine, sia per ragioni economiche che burocratiche. Quando le donne partono, la cosa diventa chiara. E allora, che sia sesso o romaticismo, poco importa. Ciò che rimane, al di là delle fantasie e delle delusioni, è l’ombra, sempre sgradevole, dello sfruttamento.
Fonti: Linkiesta di Dario Ronzoni

venerdì 19 febbraio 2016

Un dolore insopportabile


Ho perso il mio più caro amico, un fratello, un figlio.
Undici anni di amore totale, esclusivo, puro.
Mi capiva solo con uno sguardo, mi offriva amore senza chiedere niente in cambio.
E' stata una morte violenta, tragica e improvvisa.
Ho il cuore lacerato, straziato.
E il fatto che avesse quattro zampe non allevia il dolore.
Mi manchi tanto dolce amore.
Ci sarà un posto migliore e sono certa ci ritroveremo.
E' stato terribile quello che hai passato, posso solo immaginare il tuo terrore, il tuo dolore, ti siamo stati vicini fino a che ci è stato possibile.
Ci hai sentiti vero? Hai sentito la nostra vicinanza e lo sgomento?
Addio piccolo amore.
Nessuno come te.
Ci ritroveremo, e sarà per sempre.