giovedì 18 maggio 2017

Child 44



Questa sera, su Raitre, trasmettono il film tratto da questo romanzo. L'interprete principale é l'eccezionale  Tom Hardy, attore poliedrico di grande talento e solo questo basterebbe come motivo per guardare il film.
Voglio però parlare di questo romanzo veramente straordinario, erano anni che non m'imbattevo in una storia e in un talento del genere. Se poi si pensa che questo è stato il romanzo d'esordio e quindi come esordiente è arrivato ai lettori, la mia stima accresce ulteriormente.
Tom Robin Smith si ispira ad una vicenda che sconvolse la Russia, ex Unione Sovietica, per un lasso di tempo durante il quale il durissimo modello comunista  pretende uno Stato perfetto in cui il crimine non deve esistere.
Non è il solito thriller, perchè se lo fosse non ne sarei così entusiasta.
La narrazione si addentra nei più gelidi meandri di una Mosca comandata da un regime di ferro, dove un semplice veterinario viene torturato con iniezione di canfora pur di fargli dire quello che si vogliono sentir dire. E siccome in questo Paese così perfetto il crimine non può esistere, il povero piccolo bambino trovato squartato lungo la ferrovia viene catalogato come morte accidentale.
Da questo momento in poi il protagonista Leo Demidov, alto funzionario della polizia segreta, vedrà la sua vita e la sua carriera sbriciolarsi come il ghiaccio che incornicia ogni scena di questo capolavoro. Indurre il sospetto, creare una verità piacente al regime anche di fronte all'oggettività degli eventi, porterà Leo verso l'autodistruzione.
Quando le vittime cominciano a moltiplicarsi e Leo si ritrova retrocesso in una landa glaciale e sperduta, tutto sembra perduto: la sua  capacità deduttiva, il suo senso del dovere, il rapporto con sua moglie tacciata di essere una spia.
La storia prende ispirazione dalle gesta del mostro di Rostov Andrej Chikatilo e dalla sua capacità di rendersi praticamente invisibile persino al rigido sistema di spionaggio russo.
Quello che apprezzo maggiormente è lo stile dello scrittore, in particolare l'uso dei dialoghi: Smith esce dagli schemi, da qualsiasi consiglio delle scuole di scrittura. I dialoghi, scarni, si alternano all'uso del discorso indiretto facendo uso del carattere corsivo e senza alcuna delle solite banalità: "disse, rispose, chiese, osservò..." Io trovo geniali tutti quelli che escono dagli schemi e Smith l'ha fatto con ottimi risultati; anche i salti temporali, che di solito  detesto, lui riesce ad integrarli andando contro a tutte le regole e regolette che gli addetti ai lavori ci propinano. Talento allo stato puro.
Un libro bellissimo, ben scritto e che vanta un'ambientazione agghiacciante e da brivido, le pagine trasmettono la paura vera, per la quale non servono mostri, ma bastano gli uomini ed un regime folle ed omicida. Non solo lo consiglio, ma lo raccomando.

sabato 1 aprile 2017

Il giorno che scoprii i tre liberti











Un primo pomeriggio di sole tiepido, insolito per la metà di Febbario; decido di camminare lì, lungo quegli acciottolati intrisi di un glorioso trascorso di storia  e contornati da ville talmente lussuose da pensare siano finte. E il profumo dell'erba che ancora conserva la bruma mattutina, le chiacchere di qualche runner vestito ipertecnologico ma col fiatone e qualche cagnone senza guinzaglio che mi guarda scondinzolando, tra signore con tacchi non adatti alle asperità di via Appia antica che mi passano accanto ignorandomi mentre mi siedo appoggiandomi al tronco di un albero secolare che forse avrà visto chissà quali misfatti. Il sole mi scalda le gambe, alzo gli occhi al cielo: tra l'azzurro incredibile di una metropoli troppo stanca alcune nuvole  bianche riportano il vento gelido del mese invernale. Mi piace il freddo. Me ne sto lì, quasi invisibile, tra stranieri entusiasti con teleobiettivi in grado di fotografare la Luna, manutentori che nella mia periferia non se ne vedeno da decenni, e oasi di solitudine e silenzi. Le margherite hanno cominciato già a fiorire, sulle loro corolle si inerpicano maggiolini e orride creature, ma oggi non fuggo da loro, sto cercando di fuggire da me stessa; per questo me ne sto qui, confusa tra l'erba, le rovine di un impero e le mie. Quest'albero che mi protegge come un legionario svetta oscillando dolcemente, il  suo profumo di resina è inebriante, avvolgente: mi sta abbracciando e io lo sento.
Appoggio la testa al tronco possente e rugoso, infischiandomene se ci possano essere insetti, e io ho la fobia degli insetti, strano, ma tutto cambia prospettiva quando cerchi di uscire da un incubo.
E allora la vedo.


Non l'avevo vista mai, eppure io questa strada la conosco come le mie tasche: ogni rovina, ogni sasso, ogni sampietrino finto tolto dalle strade statali e rimesso qui a coprire le buche. Sacrilegio.
M'infilo gli occhiali perchè non riesco a decifrarla: ma da quanto sta qui? Perchè non l'ho vista prima? Sembra essere sbucata dal nulla, da una porta alchemica. Mi alzo e raggiungo il lato opposto della stada. Cerco di leggere l'incisione ma è complicata, col dito seguo le lineee che compongono la scritta ma non capisco: è un reperto di una bellezza incredibile, quasi intatto, una linea moderna e colmo di mistero. Non ho uno smartphone, non posso cercare nessuna spiegazione sul pc e allora torno al mio albero e me la stampo in mente: una pietra quadrata che mi racconta di qualcuno, forse più d'uno, di uomini che qui sono passati, sono visuti, non mi trasmette morte o sangue, mi arrivano vibrazioni di  vita.
Avevo ragione.
Tornata a casa ho fatto ricerche.
La tavola dei tre liberti e la loro storia, che con secoli di distanza, in uno splendido pomeriggio di febbraio, sotto le braccia protettive di un enorme albero, si è unita alla mia storia: tutti e quattro nello stesso esatto punto del mondo.
In quel momento sono stata felice.

Titolo
Blocco appartenente al monumento sepolcrale dei Valeri
Definizione
Blocco marmoreo iscritto. Il campo epigrafico è riquadrato da una semplice modanatura costituita da un listello e da una gola. Si conserva nei pressi del probabile luogo di ritrovamento.
Misure
Altezza cm 73; larghezza cm 88; spessore cm 25.
Iscrizione
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Baricha,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Zabda,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Achiba.
Traduzione
Lucio Valerio Baricha, liberto di Lucio; Lucio Valerio Zabda, liberto di Lucio; Lucio Valerio Achiba, liberto di Lucio.
Commento
Questa epigrafe sepolcrale riporta il nome dei defunti Lucio Valerio Baricha, Lucio Valerio Zabda e Lucio Valerio Achiba, tutti e tre liberti di un Valerio, che diede loro il gentilizio (che corrisponde al nostro cognome) ed il prenome Lucio (elemento residuo dell’antica onomastica in cui costituiva il nome personale, non ha corrispondenze nel nostro sistema di nomi).
Non è specificato il legame che li univa, ma si può pensarli liberti di uno stesso patrono pur se non si può escludere che fossero legati da una parentela più stretta (fratelli, padre e figli?).
I loro nomi, Baricha, Zabda e Achiba, di origine ebraica, erano particolarmente diffusi in Transgiordania e in Siria, probabilmente loro terre di provenienza. A Roma invece questi elementi onomastici erano tra i meno ricorrenti dato che se ne registrano pochissimi confronti.
Liberti e schiavi dei Valerii sono ricordati anche in altre iscrizioni della via Appia, rinvenute a poca distanza, (vedi la scheda di Lucius Valerius Giddo e di Paris). E’ noto che, nel mondo romano, i liberti di una stessa famiglia mantenevano, tra loro e con gli antichi padroni, stretti rapporti, anche di natura economica e professionale; pertanto non è impossibile ipotizzare la pertinenza delle iscrizioni ad una medesima area sepolcrale destinata alla famiglia servile di questa gens.
Si può osservare che il gentilizio Valerio rievoca una nutrita serie di illustri personaggi di rango senatorio, che hanno popolato, con funzioni di grande rilevanza, la vita politica, sociale e culturale di Roma, prima in età repubblicana, poi in epoca imperiale. Tuttavia, data la grande diffusione del gentilizio, e la mancanza di sicuri indizi, è difficile accertare il collegamento di questi liberti con i membri più importanti della gens.
L’epigrafe è caratterizzata dall’elegante fattura delle lettere e dall’accurata impaginazione del testo.
Considerando i caratteri grafici, lo schema ad elenco adottato per l’iscrizione, nonché il tipo di edificio sepolcrale cui il blocco appartiene, si può assegnare questa epigrafe al I d.C.
CIL, VI 27959
Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma: 400893.

venerdì 31 marzo 2017

Aspettando che scivoli


Sto aspettando
Resto seduta e aspetto
Svolgo il mio lavoro e aspetto
Parlo, rido, mangio, leggo e aspetto
Aspetto che quelle gocce scivolino via, lontano, o almeno a qualche metro da me
Ho riaperto il blog dopo alcuni mesi e ho trovato un commento:" Keiko torna a scrivere"
Ecco. E' stato come ricevere un abbraccio: qualcuno si è accorto della mia assenza, un'assenza non voluta ma imposta da uno stato d'animo mai provato.
Sono disincarnata
Avrei voluto scrivere" ero o sono stata", invece è ancora un tempo al presente
Non percepisco alcune parti di me, non comprendo alcuni sentimenti, non tollero più altri atteggiamenti
Sono disincarnata
Ma torno a scrivere
E inizio con questo presupposto e tornerò a leggere quel commento:" Keiko torna a scrivere" e lo farò, perchè la sento quella vibrazione dentro lo stomaco, sento quel bisogno di comunicazione imperfetto che tanto amo, sento quella frenesia dei tasti pigiati senza pensare più di tanto: pancia e istinto
Devo solo aspettare che le gocce scivolino via

giovedì 12 gennaio 2017

Ti amerò fino ad ammazzarti






Questa ragazza, ultima ma non ultima di una serie infinita, alla quale il "fidanzato" ha dato fuoco, mi ha dato molto da pensare.
Primo tra tutto ho ripensato alle donne degli anni '70 che vedevo manifestare,  farsi arrestare, disposte a tutto per rivendicare i sacrosanti diritti al divorzio, alla possibiltà di avere rapporti sessuali con diversi uomini senza essere per forza puttane, alla forza e determinazione con la quale protestavano il diritto all'autonomia, al diritto che una donna è un essere umano anche senza uomini al fianco o con uno diverso ogni sera. Le loro lunghe gonne, gli zatteroni, gli occhialoni scuri e i cappelli a larghe falde, ritornano nei miei ricordi lungo  via Nazionale con una carica della celere, mentre io ragazzina con i codini gridavo. " Tremate, tremate, le streghe son tornate!", strattonata via da mia madre, mentre i fumi dei gas lacrimogeni ci toglievano il fiato.
Ecco.
Cosa è rimasto di questa lotta, di questa guerra vinta dopo decine di battaglie perse?
Le ragazze di oggi si sentono nullità senza un paio di pantaloni al fianco: uno status simbol, questo è ormai l'uomo: io celo e tu?
E gli uomini?
Quarant'anni fa davano delle puttane alle femministe, oggi le danno direttamente fuoco, o le accoltellano o le acidificano.
Qualche problema c'è.
Uomini sappiate che la vostra donna non vi appartiene: sta con voi ma non è vostra come la macchina o la casa, non avete fatto un rogito, un atto notarile: si sta insieme finchè la bilancia è equa, quando comincia a pendere troppo da una parte ci si lascia. Punto.
Si vive benissimo anche da soli, con un gatto, con un cane, con un harem, basta che ci si renda conto che non si possiede nessuno.
Inutile dare la colpa alla società, ai figli mammoni, alle ragazze esageratamente precoci, ai genitori spazzaneve che spianano la strada da ogni possibile ostacolo: uomini e donne troppo fragili. Perchè? Questo sarebbe interessante sapere.
E togliersi dalla testa quell'insano e pericoloso pensiero che si uccide per troppo amore. Si uccide perchè si è assassini. E basta.

venerdì 6 gennaio 2017

L'antipatica: la nuova rubrica che mette in mutande chi lo merita.

Presunzione è il tuo nome!



Inauguro in questo giorno di gaudio che ben mi si addice, una nuova rubrica: essa è dedicata a tutti coloro che in qualche modo hanno atteggiamenti veramenti intollerabili che poi diventano ridicoli.
Vado ad esporre.
L'anno scorso proprio di questi giorni commento con una battuta ( un celeberrimo aforisma di un personaggio illustre) un post su FB: succede la fine del mondo! Una persona che non c'entrava poi molto non essendo chiamata direttamente in causa da nessuno mi inoltra mail dove mi cita infiniti articoli di legge per i quali potrei essere denunciata ed eventualmente, tramite i suoi numerosi legali processata; essa, la persona, si è sentita oltraggiata, diffamata, dileggiata, calunniata e tutto ciò tramite un aforisma...
Cerco la sua mail, non ricordavo nemmeno che cognome avesse, e mi scuso, nella consapevolezza di non aver fatto tutto quello che essa ( la persona) afferma, ma non mi piacciono le situazione così assurde e taglio corto porgendo le scuse; mi risponde di nuovo che ci deve pensare se accettarle o meno e comunque valuterà il mio comportamento per adire le vie legali. La persona in quanto editore ha un mio manoscritto, come altri decine di editori ed ovviamente subito dopo mi informa che il manoscritto non le piace e comunque avevo già saputo daterzi  che benchè approvato era stato poi cassato. Siccome sono peace e love ma non scema, ho portato tutto il pc con le mail e il commento che ha scatenato tutta questa sceneggiata dell'assurdo ad una mia amica che di mestiere è avvocato penalista patrocinante in Cassazione: legge attentamente il tutto con gli occhiali calati sul naso, ogni tanto mi guarda e ricomincia a leggere; poi chiude il pc e mi dice:" Mai fidarsi di chi parla di se in terza persona: ci sono gli estremi per una denuncia per violenza privata, che faccio vado?" Ovviamente le ho detto di no e di bersi un bel tè.
Passa quasi un anno.
Per un evento infelice riprendo i contatti con un cugino perso di vista quasi 35 anni fa, lo rivedo in compagnia di un signore molto distinto al quale faccio poco caso.
Dopo una settimana mio cugino mi telefona proponendomi un incontro in un bar del centro insieme a questo suo amico perchè ha voglia di conoscermi.
In breve la situazione è questa: seduti in una dei locali più chic di Roma, anche poco a mio agio devo dire, apprendo che questo signore è uno dei più importanti editori d'Italia, uno di quelli ai quali porteresti il tuo manoscritto in ginocchio camminando sui sassi e mio cugino è il suo braccio destro. L'uomo è di una signorilità ed eleganza mai conosciute, mi dice che cercando in internet ha letto qualcosa di mio e lo ha molto apprezzato; mi spiega il suo punto di vista sulla nuova editoria, su quelli che s'improvvisano editori, giudici, scrittori affermati e lì, in quel preciso momento, ho preso la palla al balzo.
Ebbene lui conosce essa ( quella persona) perchè lo ha inondato di manoscritti che lui ritiene insulsi, ha detto proprio insulsi, ed ha saputo che negli anni si è autopubblicata fondando prima una casa editrice a pagamento ( orrore) e poi un circolo per poveri illusi che si bevono le sue farneticazioni  (riporto le sue parole). Mi dice che ha letto qualcosa dei suoi coscritti ( li chiama così gli autori che pubblica) e li trova decisamente scarsi, banali, privi di nerbo, in parole povere degni di essa ( la persona), riporto sempre testuali parole.
Bene, dopo un anno mi sono proprio sentita meglio: un'Epifania dell'anima!
Facciamo gli scribacchini e non gli scrittori, cerchiamo tutti di ricordarlo e chi edita si faccia un bagno di umiltà e d'intelligenza.
Ah... dimenticavo: ovviamente non sono all'altezza della sua casa editrice, ma io lo sapevo e non ci ho nemmeno pensato di mandargli un mio manoscritto: perchè conosco bene i miei limiti, al contrario di altri.

venerdì 30 dicembre 2016

Cartoline dall'inferno



Di questo anno che se ne va mi restano flash, immagini: cartoline sì, ma dall'inferno.
Gli ultimi tre mesi restano impressi in me, come marchiati a fuoco sulla pelle di una bestia.
Ti ho visto in piedi vicino alla finestra, spaventato, improvvisamente minuto nella tua vestaglia di flanella rossa mentre aspettavamo l'ambulanza, ti dicevo che non ti dovevi preoccupare, che avrei pensato a tutto io, che sarebbe andato tutto bene.
Poi dopo dieci ore mi sono accorta che all'ospedale si erano dimenticati di te: parcheggiato in un corridoio sovraffollato, solo, senza più punti di riferimento, con la testa andata , senza bere e mangiare, e allora sbatto i pugni sul bancone e comincio ad alzare la voce mentre digito sul cellulare il numero dei carabinieri e allora ti visitano celermente e decidono di trasferirti con urgenza.
Ancora un flash: entro in una stanza simile ad un albergo, siamo solo io e te: non so se mi riconosci, alterni fasi di coscienza ad altre di totale confusione: ti vedo inginocchiato mentre cerchi di smontare un letto ipertecnologico. Vorrei urlare, invece mi escono solo lacrime.
Ecco di nuovo un flash: hai infinite flebo, l'alimentazione artificiale, dai 70 kg che pesavi ora sono circa 30; ti ho portato la foto dei tuoi nipoti, non riesci nemmeno a sentirli al telefono perchè scoppi a piangere, e loro con te; mi racconti che per non sentire le zanzare ti sei coperto tutto col lenzuolo, scherziamo e ridiamo sul fatto che ti avrebbero potuto scambiare col prossimo defunto. E' stata la tua ultima risata.
Ricordo un buco vuoto e scuro al posto della bocca: un deportato, l'urlo di Munch: so che stai per andare ma nessun medico conosce con certezza la causa.
Ecco, le tue parole che non potrò dimenticare: pochi chili d'uomo in un letto troppo grande, tubi, cateteri, cannule e aghi in ogni pezzo di pelle, vena o altro orifizio disponibile, mi guardi e mi dici: "me lo porti un gelatino?" Oddio, oddio aiutami, dammi la forza di non morire qui, adesso. Non mangi da più di 40 giorni ed io faccio le scale quattro a quattro per cercare nel bar qualcosa che puoi deglutire senza soffocare. Ti ho comprato il gelato, come tu hai fatto mille volte con me.
Ecco il telefono che squilla alle sei di mattina: mi vogliono con urgenza al reparto; ormai sei da molti giorni in sub intensiva, la rianimatrice mi dice che ha dovuto metterti sotto morfina, di tenermi pronta: sento un rantolo terrificante e irreale, realizzo che sei tu, la stanza gira, mi sale la nausea, il medico mi dice di andare, che tanto nessuno può fare nulla.
Le notti insonni si susseguono l'una dietro l'altra. Non riesco più ad entrare nella tua stanza, non riesco a guardarti, non accetto la sofferenza: se ti guardassi e tu mi riconoscessi potremmo morire insieme in un secondo. Non mi perdonerò mai questa mia debolezza. che ancora mi mangia l'anima.
Ricordo quella mattina, nessuno in reparto, solo io e mia madre. Sono nella sala d'attesa davanti la tua stanza: è il tuo compleanno, faccio un passo con le gambe che tremano, il corridoio risuona dei bip dei moribondi monitorati; faccio ancora un passo e vedo mia madre in poltrona che fissa il nulla, ancora uno e vedo la sagoma dei tuoi piedi, sento il sangue che defluisce verso il basso, nelle tempie il mio stesso battito, avanzo ancora, ecco le tue mani. Signore aiutami, sono così pallide, quasi blu, ancora un passo, mia madre mi vede, cerca di fermarmi: ecco, ti vedo. Il volto affilato inabissato nella maschera d'ossigeno, mi fissi incollando gli occhi nei miei, muovi le mani in un gesto che non dimenticherò mai più: "guarda che mi è successo..." Ti accarezzo la testa, senbra quella di un pulcino, le lacrime bagnano le lenzuola ma non m'importa: ma come si fa, come si fa... non riesco a dire altro, come una litania, mentre mia madre cerca di calmarmi tra le sue lacrime e la mia disperazione. Sei già lontano, stai guardando fuori la finestra qualcosa che non è di questo mondo. Mi dicono che ti serve una trasfusione di sangue, chiedo la spiegazione mentre sento ridacchiare qualche altro infermiere: cazzo ridi, stronzo? Non sono in più in me, ridevano per cavoli loro: la vita, la loro, continua.
La mattina dopo quell'abbraccio te ne sei andato, da solo.
Ora so che aspettavi quell'addio, quel mio ultimo abbraccio.
Mi ha piegato e spezzato la tua agonia, non se e quando ne uscirò fuori: ho attraversato questo calvario da sola e da sola ne dovrò uscire.
Non si può morire in questo modo, nessuno dovrebbe e nemmeno so di cosa precisamente sei morto: ho negato l'autopsia. Poteva bastare il tritacarne  che hai passato.
Spero in un mondo che autorizzi l'eutanasia per chi la desidera: io so dove rivolgermi, non voglio morire senza dignità. come è successo a te.
Non mi bastano i miei figli, non mi basta il mio uomo, non  basta niente a placare questo cane rabbioso che mi sbrana: è il rimorso di non aver fatto abbastanza, il terrore di vederti così, di vedere come è fatta la morte e come viene prolungata quel simulacro che i medici chiamano vita.
Addio anno di merda, spero che il prossimo sia più clemente.

venerdì 25 novembre 2016

Ma quale amore?



La mattanza  s. f. [dallo spagn. matanza «uccisione», der. di matar «uccidere»]. – Fase finale della pesca del tonno, particolarmente cruenta e impressionante, durante la quale i tonni pervenuti nella tonnara e giunti nell’ultimo compartimento della rete, la cosiddetta camera della morte, vengono agganciati con arpioni uncinati e uccisi con ripetute mazzate. Per estens., spec. nel linguaggio giornalistico, strage, massacro di persone, o delitto efferato.

Questa immagine così cruenta si attaglia perfettamente alla strage di donne che non cessa di creare ogni giorno decine di vittime, in Italia e nel mondo.
Donne inseguite, perseguitate, picchiate, stuprate, ammazzate, acidificate, bruciate, mutilate, smembrate, fatte sparire per sempre; donne incinta dei propri uomini e dagli stessi prese a picconate, a sassate, arse ancora vive, sepolte in una buca mentre l'aguzzino le saltava sulla pancia o sulla testa.
Queste solo solamente alcune delle cause di morte o di lesioni gravissime che riporta la cronaca quotidiana e che non sto inventando per qualche racconto.
Vittime di uomini. Ma quali uomini. Come definire uomo colui che con l'alibi di amarti troppo ti strappa a pezzi dalla vita?
In India da un paio d'anni è stata introdotta la pena di morte per coloro che in seguito a stupro o acidificazione uccidono la vittima. Per assurdo se il crimine è commesso dal marito la pena non viene inflitta. Sempre India, esiste una pratica disumana che è stata formalmente abolita dal governo indiano quasi due secoli fa, nel 1829, ma, soprattutto nelle zone rurali dell’India settentrionale, la situazione di fatto non è cambiata e ancora oggi si registrano casi di vedove sottoposte a questo orribile rito.
 Il sati, uno dei più crudeli sacrifici previsti dalla religione induista, consiste nella macabra usanza di cremare viva la vedova di un defunto dandola alle fiamme sulla stessa pira su cui il marito veniva cremato. Essa veniva generalmente legata alla catasta di rami, cosparsa di ghee, il burro chiarificato degli indiani, e ricoperta di legna secca, in modo che le sue membra potessero prendere fuoco più velocemente.  E poi c'è la piaga delle mutilazioni: le donne non possono e non devono provare alcun piacere nell'atto sessuale, esse esistono solo in virtù di procreare a dare piacere al marito. Al momento sono stimate 140 milione tra donne e bambine costrette a subire questa violenza.
Tornando al nostro Paese la situazione è agghiacciante, non esiste una legislatura sufficientemente dura da poter sperare che il colpevole, quasi sempre il compagno o marito, sconti una pena degna di questo nome: sei mesi, al massimo un anno di galera e poi i domiciliari.Quando va bene.
Io, da donna, non riesco a capire questi uomini: hanno paura di essere lasciati? Temono di non sentirsi sufficientemente maschi? Percepiscono ogni ombra di pantaloni come un potenziale rivale?
Perchè se è questo l'amore, allora è meglio non conoscerlo.