giovedì 29 novembre 2012

Come sentirsi genitori obsoleti in sette secondi netti. Ovvero quando le coincidenze......


Situazione:
Io sul divano a smanettare col mio mini-micro net book, leggendo un articolo dell'autore Lodoli; al tavolo a fianco a me mio figlio a smanettare con la calcolatrice scientifica intento a svolgere decine di problemi di chimica e fisica.Mentre leggo l'articolo che poi vi proporrò mi balena una domanda:
" Dario, ma il 10 dicembre non c'è la gara nazionale di kumite a Velletri?
" Si"
" Dobbiamo ricomprare i paradenti, quando me lo volevi dire?"
Alza gli occhioni neri dalle ciglia quasi femminee, in contrasto con la barbetta nera che cresce senza una direzione logica e mi guarda come fossi  una deficente.
" Io non faccio più agonismo, mi alleno per piacere mio e basta"
" E da quando?"
Sbuffa e allontana la calcolatrice.
 " Oh.... senti, io m'ero rotto del maestro che ogni volta mi dice mena de' più, più cattivo, più forte e degli avversari in gara che pare annavano alla guerra e dei compagni che se non arrivi primo te becchi tutte le prese pe' il c...o! Se invece arrivi al podio rosicano e nun te' parlano pe' un mese!
Me so' rotto e gliel'ho detto"
" E lui che ha detto?"
" S'è arrabbiato. Ha detto che non andando ha pochi atleti da mettere sul podio; dovevo anda' pe' forza e pure vince"
Cerco il dialogo " Ma dai Dario, dopo tutti questi anni,tutti questi sacrifici con i compiti, gli orari, tua sorella che mette sempre bocca, dai continua ancora un po'. Sei bravo, fallo ancora per un po'"
" A ma', mica ce stai tu sul tatami a pijatte li calci e li cazzotti"
"Almeno arriva alla cintura nera, manca pochissimo!"
" Se proprio te piace 'na cintutra nera, te la compro pe' Natale"
Fine dei giochi. Ci ha messo meno di sette secondi per dire l'ultima frase. Ha fatto un discorso ineccepibile, non c'è che dire.
Finisco di leggere l'articolo di Lodoli e vengo pervasa da un senso di vergogna. Mi alzo dal divano, lo bacio sulla barbetta ispida e vado a stirare.
Leggete questo pezzo: la dice lunga.

“Sovrapponiti sulla fascia, non stare fermo come un salame, proponiti per il cross, forza Michelino!”: il padre quarantenne seduto sulla tribunetta di legno incita il figliolo di sette anni, vestito da capo a fondo come un vero calciatore, con tanto di parastinchi e fascetta per tenere fermi i capelli. Accanto all’uomo brizzolato e nervoso ci sono i suoi colleghi di tifo, una decina di altri padri avvelenati dal calcio e dalle speranze. “Fai la diagonale come t’ha insegnato il mister, sali per il fuorigioco, sali, sali, avanti, non dormire Filippetto!” I bambini sembrano un po’ storditi, forse vorrebbero solo dare quattro calci alla palla, esagerare con le galoppate e i dribbling e le mischie, divertirsi e basta, e invece sono già inquadrati in una squadretta, con le maglie tutte uguali, le borse più alte di loro, i certificati di sana e robusta costituzione, la quota da pagare ogni tre mesi.

Due ore alla settimana, a volte tre, obbedendo ai dettami del mister, che è un brav’uomo naturalmente, ma pure lui ha visto troppa televisione e vorrebbe che l’Atletico Infanzia giocasse come il Barcellona di Iniesta e Messi, che sono bassi e quasi quasi sembrano anche loro dei bambini. E i padri attaccati alla rete di metallo sognano di avere in casa un campioncino, uno che tra poco finirà nelle giovanili della Roma o della Juventus, e poi in prima squadra a fare tanti gol e a incassare fior di milioni, tutti da accumulare in banca, dopo aver comprato la villa all’Olgiata e la Ferrari rossa.

Ma ci sono anche padri tranquilli, che sono soddisfatti di vedere il loro pargolo che corricchia e prova a segnare almeno una rete: loro non pensano alla gloria e alla grana futura, si accontentano di scattare mille foto, di fare un filmetto ogni partitella, di rimpinguare l’archivio delle immagini familiari. “Ecco, guarda da questa parte Giovannino, riprendi la palla e tira di nuovo, bene così, vai che questa è venuta una meraviglia, e ora ne facciamo un’altra.” I figli sono braccati dall’ambizione, dai teleobiettivi, dalle illusioni. Quando segnano ripetono le mosse dei calciatori importanti, fanno il cuore con le dita, si incappucciano con la maglietta, fanno l’aereoplanino, si buttano ginocchioni per terra come se fossero in diretta su Sky.

Forse si aspettano anche il replay, dopo un bel gol. O forse in cuor loro vorrebbero che quei genitori apprensivi (“Mettiti subito la felpa, che è umido, sei sudato, hai corso troppo…”), scalmanati (“In scivolata, entragli in scivolata, o palla o gamba!”), illusi (“Mio figlio già sono venuti a vederlo per una squadra vera, sto ragazzino tra quattro anni guadagna il doppio di me”), disperati (“Ma lo vedi che hai combinato? Sei una pippa, ecco cosa sei figlio mio, una grandissima pippa!”), che tutti quei genitori schierati a bordo campo restassero a casa, e che anche il campo in moquette sparisse, e il mister, e le borsone, e i tesserini ufficiali: forse vorrebbero solo giocare per tre ore di fila sul prato fangoso del parco, dove non gioca più nessuno “perché ci stanno i drogati, i pedofili, gli zingari”. Vorrebbero solo essere bambini, liberi come i bambini che giocano, improduttivi, gioiosamente privi di scopo, lontani dagli schemi e dalle sovrapposizioni degli adulti, dalle loro cupe e vocianti frustrazioni.

18 commenti:

  1. è un saggio tuo figlio!!!
    Chissà da chi avrà preso...

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    1. Mi crogiolo nei tuoi complimenti come un maialino nel fango:)))
      Un abbraccio!!

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  2. Un bravo figlio ed ovviamente una bravissima mamma.
    Lascia andare la freccia del tuo arco Keiko!

    Un abbraccio
    Joh

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    1. E' dura.
      Necessario, indispensabile, ma duro da morire.
      Ti abbraccio anch'io.

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  3. Ahahaha ma c'ha ragione mica ci sei tu a "pijarti i calci" Noo?
    Già il fatto che ti fai queste domande significa che sei una brava mamma cara.

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    1. Lui ha tutte le ragioni del mondo: noi genitori ogni tanto perdiamo il senso delle cose.

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  4. Non posso che essere d'accordo con Joh!!
    Noi siamo solo l'arco che lancia la freccia!!
    Un bacione!
    :-)

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    1. La freccia inizia ad avere una bella parabola ascendente:))
      A me piace molto la frase: Diamo loro profonde radici e poi diamo loro le ali.
      Sta cominciando a svolazzare, le radici sono salde, le ali ancora da spiegare.
      Un bacio:))

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  5. Uff...come è difficile comprendere dove finisce le cose che noi vorremmo per loro e dove comincia ciò che loro vogliono per se stessi. E' il solito, etrrno dilemma. Sono noi, ma sono altro da noi. Con le loro idee, la loro personalità. Forse dovremmo imparare ad ascoltarli di più, fare passi indietro e abbassare le nostre aspettative cercando di sentire le loro.
    Raffaella

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    1. L'importante è capire che non devono fare niente che sia solo quello che avremmo voluto fare noi.
      Sono entità diverse, non una nostra estensione.
      Ci vuole molto buon senso, ma ci si può fare.
      Un abbraccio:))

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  6. tuo figlio è un grande e ha ragione!!!
    ragionamento ineccepibile...

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    1. Il suo ragionamento non fa' una grinza.
      Sono che devo imparare a farmi più il là.
      Ma ce la posso fare!!

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    2. si impara anche da loro... e nessuno è nato imparato, no?!

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  7. Grande tuo figlio!
    L'agonismo a volte può essere stressante. Il motivo per cui io ho sempre fatto sport, ma mai voluto partecipare a gare o simili.
    Lo capisco. Accetta la tua scelta. Magari ora quel tipo di sport non lo interessa più. Succede. Crescendo si cambia.
    :-)

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  8. Come tutti i padri anc'io quando è stato il momento mi mettevo dietro le reti di qualche campetto ad osservare - e basta - mio figlio che giocava. Quello di cui mi dai occasione di vantarmi e che non l'ho mai incitato a compiere gesti violenti nei confronti degli avversari, sia nel nuoto sia nel calcio. Nel basket, che a 53 anni ancora pratica a livello di partite "tra scapoli e ammogliati", a detta di molti si è messo particolarmente in mostra. L'ho sempre seguito, anche in trasferta, senza mai ossessionarlo. Tuo figlio ha non una ma mille ragioni. I miei complimenti.

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  9. anche mio figlio gioca a calcio.. ci sono genitori tranquilli, sì.. ma ci sono pure quelli che dagli spalti urlano "fagli sentì gli scarpini" .. che ti devo dire.. ciao

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  10. Mio figlio lo ho spinto solo per gli sci, ma non per gareggiare, solo per puro divertimento. Sai quante piste ci siamo fatti insieme, senza tanto spingere? Inoltre, malgrado tutto, ha preso due primi posti (gara ospiti di Livigno) ed io un 10° ed un 9° posto. Inoltre con lo snow board è disceso dal Monte Rosa, ma senza che io lo inciti, solo per pura passione personale. Ritengo che ogni persona debba fare quello che sente dentro di sè e non perché spinta dagli altri, amici o genitori. Ciao ed alla prossima.

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  11. Scusa, dimenticavo di dire che io mi sono sentito obsoleto quando, dopo aver insegnato a mio figlio a giocare a scacchi, dopo un anno mi ha dato scacco matto in quattro mosse. Un abbraccio.

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