venerdì 14 giugno 2013

Chiamale se vuoi emozioni

Quando apro le ante del mio armadio, il profumo di lavanda mi sommerge: mia nonna, mia madre mi hanno lasciato questo gesto. Ma il cervello non discrimina quale ricordo prospettare alla memoria e insieme alla lavanda ecco un passato difficilimente gestibile, se non impossibile, tornare come le onde della marea ogni volta a graffiare un pò di più. L'uomo è un animale che si abitua a tutto. Ma quale eminente filosofo ha detto questa emerita stronzata?! Si DEVE abituare, se non vuole morire. C'è chi si è abituato alla violenza, a compagni picchiatori, a campi di sterminio, a malattie che non lasciano scampo. Ci abituiamo certo. Oppure molliamo la presa e ci lasciamo trasportare via dal primo zefiro prepotente e scivoliamo senza più peso nel nulla. A volte mi domando quale sia il punto di rottura. Quello del non ritorno. Mi è parso molte volte di navigarci dentro, remando forte controcorrente, ma sono sempre tornata a riva. Non era il punto di non ritorno. La mia è una età particolare, i bilanci stanno sempre dietro l'angolo: troppo tardi per ricominciare da capo, troppo presto per pensare ad una pace senza pù scossoni; e poi io sono inquieta, fragile, a volte violenta nelle esternazioni. Mi risuona nelle orecchie un detto paesano che mia madre ripete spesso:" Tutti li morti se li piagne Marta e Marta chi la piagne quanno è morta." Mi capita di sentirmi come Marta: ci sono per tutti, ma se ho bisogno di qualcuno, quel qualcuno è evanescente, un fantasma avrebbe più consistenza.
Mia suocera 2 mesi fa è caduta, l'ho soccorsa, fatte prime manovre di sicurezza, chiamata ambulanza, accudita per giorni e poi ancora oggi si lamenta perchè è scossa e ansiosa. Le ho detto in tutti i modi che a 81 anni è facile cadere, fortunati a non farsi niente, e invece sta sempre a lamentarsi. Ho un malore io, arranco da sola all'ospedale, dopo infinite ore mi prospettano una recidiva di tumore all'ipofisi e mi sento dire se posso comprarle il latte il giorno dopo. L'ho comprato. Sto decidendo se voglio farmi curare. Ne ho piene le scatole. In famiglia mi costrimgono a decidermi ad andare dallo specialista. A me non va. Voglio stare in questo limbo fatto di domande, come tutta la mia esistenza. Voglio prendere il giorno buono in cui faccio 1000 cose e lasciarmi portare nell'incoscienza dei giorni bui; voglio leggere e scrivere nei giorni buoni, come oggi nei quali riesco a non essere dislessica e fare giochini online scacciapensieri nei giorni brutti.
E' questo il punto di rottura? Quando comincio ad essere indifferente? Quando nel profondo il vulcano in ebollizioni da lustri, per assurdo, da' segni di quiete?
Sto scrivendo solo per me. Come un diario. Un diario che una volta mi fu aperto di nascosto e dopo venni presa a schiaffi perchè c'era scritto che facevo l'amore con un ragazzo. Riempii una pentola di ferro con tutti i miei scritti e accesi un fiammero: giurai a me stessa che avrei tenuto tutto celato dentro me. Il bello è che quello che bruciava davvero non l'avevo scritto. Non ci riesco ancora oggi.
Vi prego di non commentare.
Non sono stata capace ad impostare questa possibilità.
Non ho voglia di sentirmi giudicata ancora. Vedrò la vostra vicinanza dalle statistiche.
Per ora va così. Ho bisogno di riflettere.