sabato 30 novembre 2013

Lotta impari


Inutile girarci intorno, inutili tutte quelle frasi fatte trite e ritrite. Ci sono giorni in cui tutto sembra inutile.
Detesto il pietismo, il buonismo, il buonsenso e tutte le altre tiritere: ci sono momenti in cui è solo così che ci si sente. Si, reagisci, cavolo se lo fai! Da una vita e oltre lo fai, senza mollare colpo, ignorando il fatto che i mulini a vento non smetteranno mai di girare; e te stai  lì, in groppa a quel ronzino che è la tua vita, con la lancia in resta, ti accorgi che Sancho Panza è rimasto indietro, non regge il passo o l'ha proprio perso. A volte pure quegli stupidi mulini fanno paura.
Che si fa quando lotti, combatti ( perchè non servono mica sempre unghie e denti per sopravvivere, ci sono forme talmente sottili di istinito che si fatica a riconoscerlo), interpelli quello che per il momento è l'ultimo degli "specialisti", che poi secondo me non capiscono un c@xxo e ti senti dire che hai sviluppato una forma di patologia farmaco resistente. E allora che faccio dottore dei miei stivali: vuoi che muoro?!!! Vuoi che muoro e non rubo il tuo tempo così prezioso, che sembri quasi scocciato dal fatto che non sai che cavolo dirmi?!! Che faccio allora io della vita che mi resta e che non riesco più ad affrontare?
Ho letto un meraviglioso post in un blog di una cara persona in cui dice di raccontarsi senza finzioni e veli; ecco lo sto facendo, sono ancora più indifesa e non mi piace, ma non voglio aver paura di quei mulini.
E allora scrivo, senza senso, senza filo logico, scrivo per non pensare, per pensarci ancora di più: è una lotta impari quella con la vita.
Una vita in prima linea a combattere il mostro che mi tiene compagnia da decenni e poi ti dicono  che le munizioni sono a salve!!
Come combatto io ora!
E se non avessi più voglia di farlo? Se fossi così infinitamente stanca da voler scendere dalla groppa di Ronzinante, buttarmi per terra e vedere la luna che sorge e splende fino a quando ho occhi per farlo?
Non perdete tempo a commentare questo post nonsense: ce ne ha solo per me, per il mio fucile scarico e il mio mostro che si sfrega le mani.

venerdì 22 novembre 2013

Giudici, giudizi e tanta, tanta ipocrisia

Oggi è una data importante.
Il mio primo romanzo è stato pubblicato. Com'è strano scrivere un'affermazione del genere...
Ci ho lavorato moltissimo, fatto ricerche, cercato date, fatti, luoghi; un lungo studio sulle dipendenze e l'abisso che ne consegue. E poi è nato questo racconto.
Una storia di sole donne. Donne che soffrono, combattono, una provincia che giudica, che indica e decide chi è la vittima e chi il colpevole. Ma la verità ha contorni più soffusi: la vittima non è quello che sembra e il colpevole forse ha una faccia diversa...
Giudici e giudizi che segnano la vita.
Ho scelto due donne come protagoniste, due figure molto diverse: la fragile e giovane Agnese e la carismatica e controversa  Lea: saranno unite da un legame di sangue e d'amore che nessuno potrà mai immaginare.
Per ora l'ebook è disponibile solo su Smasword, prestissimo su molte altre piattaforme, compreso Mondadori, Kindle, Kobo e altri.
Potete leggere il 15% del racconto gratis, per vedere se vi può interessare, date un'occhiata qui!
https://www.smashwords.com/books/view/380029?ref=zeugmap

giovedì 21 novembre 2013

Gli occhi degli altri

Io non le sopporto.
Non le sopporto proprio, è più forte di me.
Parlo di quelle persone che fanno le cose per gli occhi degli altri.
Vado ad esporre.
Sabato mattina: spalanco la finestra del bagno per  poterlo pulire col vaporetto e sento subito i dirimpettai del piano terra che urlano ( difficile non sentirli, urlano da quando hanno preso quella casa e cioè gennaio scorso) Già non li sopporto molto, li ho ribattezzati la famiglia di Peppo Pig, lui è il famoso cacciatore di cui parlavo in un'altro post; hanno comprato una casa che in origine aveva un giardino enorme e bellissimo e Peppo Pig ci ha fatto una colata di cemento, un recinto per il suo cane rognoso che sembra la dimora di una tigre, ha messo in posa un forno all'aperto grosso come casa mia e poi piscina, giochi, luci, di solito le sue feste cominciano al mattino e finiscono il mattino dopo, mentre arrostisce tutto quello che trova. Peppo Pig lavora una tantum e difatti riflette il motivo per cui i servizi di trasporto pubblico vanno così male a Roma: lavora 4/5 ore e riposa 4/5 giorni.
Ma torniamo a bomba. Peppo e Peppa Pig, armati di cazzuola, cemento, pale e livelle stanno discutendo su dove costruire un nuovo edificio ma mettendolo in modo che sia ben visibile da tutto il circondario. Dopo oltre mezz'ora capisco cosa è quel monolocale in mattoni e tetto rivestito in legno: Peppo sta facendo il presepe. No. Non ci credo! Lo rimira osservando minuziosamente da quale parte si vede meglio dall'esterno: si avvicina il figlio piccolo, 4/5 anni, dice solo due parole: cacca e  caco. Finito, non dice altro, almeno di intuibile. Nel suo strano linguaggio dice a Peppo e Peppa di voler spostare il presepe: non l'avesse mai proposto. Un fiume di parolacce si riversano sul piccolo analfabeta, lo insultano che non capisce un caxxo, che se spostano il monolocale del povero ( ma povero davvero) Cristo, i vicini non lo vedranno mai e che lui deve tornare a spulciare la cagna rognosetta nel mega recinto insieme alla sorella, la quale tenta  di porre alcuni legnetti sul tetto del presepe. Tragedia. Peppo e Peppa infuriati, ridicoli con le pale e le livelle in mano urlano alla ragazzina che le fascine vanno sistemate in modo da attirare l'attenzione di chi guarda e non così brutte come le ha messe lei. Se ne torna piangendo dal cane rognoso in compagnia del fratello che continua a dire cacca, mentre i Pig, tutti presi allestiscono un presepe più grosso di quello del Vaticano. Quanto amore! Quanta condivisione. Proprio il posto dove il Bambinello vorrebbe venire!!
Sono convinta che Peppo non mi priverà della visione di un bue e di un somaro veri ( in realtà lui è simile ad entrambi gli animali) e sono sicura che dopo che tutti li avranno rimirati li ficcherà nel forno.
Se non ci fossero gli occhi degli altri...quanti idioti in meno!!!

domenica 17 novembre 2013

Il cuore legato




Il cuore legato di Antonella Mattei


Vorrei non dovere, vorrei non potere: ma devo per forza pensarci. Pensare a te.
Abbiamo consumato il nostro pranzo domenicale in un modo che definirei osceno: io che giocherellavo a dama con i piselli che accompagnavano l’arrosto e tu, occhi fissi sul cellulare, digitavi messaggini a più non posso. Non masticavi neanche, ingurgitavi. Ci ho messo due ore a preparare quel maledetto arrosto, io che odio fare anche solo un tè, e tu in pochi minuti hai spazzolato tutto indifferente se fosse vitella, manzo o capra come te.
Nemmeno la tazzina di caffè mi hai riportato indietro, ovviamente da lavare. Eh si che te lo avevo portato caldo fumante e nero come piace a te, il grazie, va’ beh, sarebbe stato eccessivo. Poi ovviamente sei sparito, evaporato nei meandri della nostra casa. Potrei dire dove sei e quello che stai facendo pur senza vederti, pur senza poteri paranormali . Mi asciugo le mani in uno strofinaccio e vado dritta dove so di trovare il tuo fantasma.
Ecco. Ti guardo. Il fumo che aspiri dalla sigaretta, fuoriesce lento dal naso creando languide spirali che salgono verso il soffitto. Le scene del tuo telefilm preferito, tra inseguimenti , sparatorie e ridicole scazzottate, ti scorrono veloci negli occhi e disegnano un sorriso lieve sulle labbra e nello sguardo un’ombra di emozione risplende fugace. Volevamo essere come uniti come le corde di una gomena ricordi? Lo dicevi sempre: “ La sua forza sta tutta nell’unione delle funi singole, da sola sarebbe un semplice spago.” Si, và beh …
Ti sono di fianco. Raggomitolata sul divano, non guardo la tv; guardo te. Mi vedi? Ti sei accorto del mio sguardo che ti scorre addosso e ti percorre sperando di incontrare, anche solo per un attimo, i tuoi occhi? Neanche durante la pausa pubblicitaria volgi lo sguardo verso me, brandisci quel telecomando come uno scudo che ci separa fisicamente. Dovrei avere la forza di alzarmi da questa cuccia calda e stritolarlo sotto i tacchi. Ma resto qui, immobile, esausta dalla fatica di chiedermi dove e quando te ne sei andato.
Quando è che finisce un amore?
Com’è che finisce un amore?
Violento, esplosivo, fulminante come è cominciato o lentamente, soffusamente, impercettibilmente; mentre ti rendi conto che nei suoi occhi non trovi più quella luce che li illuminava quando incontrava il tuo sguardo, che il tuo cuore non segue più quel ritmo frenetico e pungente e il fiato non diventa più corto mentre aspetti, affacciata alla finestra, che lui compaia sorridendo dietro l’angolo con i capelli spettinati dal vento profumato di primavera e lo stomaco si stringe con un dolce dolore, pregustando con ansia i suoi baci appassionati.
Le passeggiate sul lungofiume ricoperto dalle foglie rosse d’autunno, stretti avvinghiati, mentre il vento gelido ci regalava visi arrossati e brividi che si confondevano con la passione che ci divorava; le notti di passione intense e violente o incredibilmente dolci da togliere il fiato, quando ti svegliavo alle tre di mattina perché mi sembrava di non poter vivere un minuto di più senza possedere il tuo corpo. Tutto è diventato un ricordo ormai lontano, svanito nella polvere del tempo.
Quali sono le parole dell’amore perduto?
L’amore perduto non ha parole. Ha silenzi infiniti, vuoti, come il senso di smarrimento che ti senti dentro e ti manda allo sbando come una piccola barca scossa da una corrente impetuosa che la trascina via verso abissi profondi, in gorghi impetuosi e oscuri. Nemmeno il timone la riporterà mai alla riva.
Nemmeno mille parole servirebbero a salvare un amore finito.
Ti parlo, ti parlo e tu neanche mi ascolti, non è che non mi senti, non mi ascolti proprio. Anche se mi vedessi nascondere camice impregnate di dopobarba che non ti appartengono come il loro odore che mi resta incollato addosso non ti sfiorerebbe neanche il pensiero che io sono ancora una donna. E gli altri uomini se ne accorgono. Mi sono schiarita i capelli, l’hai notato? E le scarpe rosse di vernice dal tacco dodici che indosso ormai da tre settimane? Ti piacciono molto quando le vedi in vetrina, ma su di me? Sulle mie gambe? Lo riconosco lo sguardo di un uomo quando apprezza una donna. E tu? Mi guardi ancora?
Dove sei andato?
Dove va l’amore che finisce?
Se tu fossi qui con me. Basterebbe uno scialle caldo sulle mie spalle e la tue braccia forti attorno a me.
Quando è che hai smesso di amarmi? Da quando sono diventata invisibile e scontata come quel nostro vecchio frigo nell’angolo. Hai fatto la tua scelta di ignorarmi, mi hai legato le mani e l’anima con una corda che non si può spezzare a comando. Io ti voglio ancora, ma sono qui, col cuore legato da questo cappio che mi soffoca.
Non ci sono parole per un amore perduto.
Mi alzo dal divano mentre sei perso dietro i rotolamenti di una palla e le urla imbecilli di un invasato cronista sportivo che escono dalla televisione. Mi avvolgo nel mio morbido plaid non avendo altro che mi sciolga questo gelo nell’anima. Mi chiudo nella stanza da letto e comincio a scrivere su un foglio bianco commerciale, non vale nemmeno la pena di cercare una carta preziosa o raffinata. Non noti più niente oramai; mi rifiuto di cercare la mia penna stilo preferita dal tratto meraviglioso, quella di lacca rossa con le mie iniziali sopra: una biro per te sarà più che abbastanza.
Quando finirai di leggere questa lettera io sarò lontana, forse meno distanza materiale ci separerà in confronto a quella non tangibile ma immensa che c’è stata fino ad ora. Forse ti renderai conto che non ero poi così prevedibile e magari sentirai anche tu quel gelo nel cuore dentro al nostro letto caldo ormai troppo grande. Dove riporrai il tuo cibo ora che il vecchio frigo ha smesso di funzionare. L’hai notato? Non c’è più in quell’angolo, è rimasta solo la polvere che disegna la sua sagoma sul pavimento. Trovo un vecchio pezzo di spago nel cassetto, è sfilacciato, come la mia anima; lo poggio sul foglio vergato. Mi rimane una sola parola per te oramai. Addio.

Con questo racconto ho partecipato ad un contest in un blog di aspiranti "scrittori"
Se lo hai apprezzato, potrai votarlo con il link http://settegiornidifollie.altervista.org/7-giorni-follie-1314/corde-itrecciate/il-cuore-legato-di-antonella-mattei/                     
Non serve iscriversi, basta un click sul titolo del racconto a destra della pagina, se poi volete strafare postate un commento e i voti diventeranno ben tre!!
Grazie!!

giovedì 14 novembre 2013

Brr...brividi...!!!

Ancora non riesco a capire se devo aver paura o essere lusingata.
Ora mi spiego, oggi, dopo una giornata orrenda: spesa, stiro, piatti da lavare, scuola occupata si, no, forse, nel dubbio prendo due autobus, ritiro il pargolo, riaspettiamo due autobus sulla Togliatti, dove i romani sanno bene cosa c'è: decine e decine di prostitute, trans, papponi per ogni gusto; quindi dicevo dopo un inizio traumatico mi "sbraco" sul divano e accendo il mio minimicro pc, vado nei messaggi di fb che sono rossi e trovo questi due link di youtube. Un nome che non conosco, non una parola, solo queste due canzoni: due serenate e che serenate!!!
Ma che mi devo preoccupare?!
O mi metto sul balcone e osservo chi passa, a parte il Signor Ministro, e sofferma lo sguardo sulle mie finestre?
Vi metto i link: le canzoni sono struggenti, oltretutto il mandolinista sulla destra è un mio amico d'acne, nel senso che avevamo l'acne tutti e due quando uscivamo insieme.
Voi che dite, che vorrà? Non siate scurrili, sono una signora!
 http://www.youtube.com/watch?v=P53d3tq0JW0
http://www.youtube.com/watch?v=lgtsm0w6yIA

P.S.
Maruzzella è uno tra i miei testi preferiti: le "maruzze" sono creature misteriose e sfuggevoli.
Ditemi voi...

martedì 12 novembre 2013

Ma sta succedendo davvero a me..!!

Cara Antonella,

il tuo "Dolce come una mandorla amara" è piaciuto molto sia a noi che ai lettori e vogliamo sfruttare un nuovo canale promozionale per darti maggiore visibilità.

Stiamo preparando un e-book per la nostra seconda raccolta di racconti, scelti tra i migliori pubblicati finora. L'antologia sarà pubblicata nei principali e-book store, in forma gratuita, per iniziare.

 Faccio fatica a credere che questo stia succendendo davvero a me!
E' il secondo racconto che viene scelto per un'antologia: la prima EUTHELIA, che conteneva" Laggiù scorreva il fiume" ha avuto un ottimo riscontro, sia di visualizzazioni che di critica e questa andrà ancora meglio perchè i racconti sono diventati sempre più raffinati ed intensi.
Inoltre proprio ieri ho finito insieme agli editor, la revisione del  mio romanzo che a brevissimo sarà pubblicato su tutte le maggiori piattaforme: "Per mia colpa" sarà presto disponibile sul web.
Accade davvero! E stavolta accade a me!
Grazie anche a voi!

giovedì 7 novembre 2013

Sickert o The Ripper?

Sto rileggendo un libro molto interessante e, per puro caso, mi è capitata tra le mani la foto del famoso quadro di Sickert "Ennui", la noia.
La scrittrice Patricia Cornwell ha molto a lungo studiato i casi di Jack lo Squartatore, ed è giunta ad affermare che il pittore e l'assassino fossero la stessa persona.
Il quadro in questione ha qualcosa di affascinante, di seguito riporterò le parole della Cornwell per essere il più precisa possibile.
" In tutte le versioni di Ennui un uomo anziano e annoiato siede ad un tavolo con un sigaro acceso e ha davanti a sè un alto bicchiere di quella che sembra birra. Ha lo sguardo perso lontano, e si disinteressa della donna dietro di lui, appoggiata a una credenza, la testa posata sulla mano mentre guarda con aria triste le colombe impagliate sotto una campana di vetro. Al centro del quadro c'è il ritratto, di un'altra donna. Conoscendo le diverse versioni di Ennui, sapevo che l'attrice ritratta ha ogni volta un aspetto diverso. In tre dei quadri ha sulle spalle nude quello che sembra un grosso boa di piume, ma nella versione della regina madre e in quella del museo Tate, non c'è il boa, solo una forma non distinguibile, di colore rossiccio; ma quella sera notai al di sopra della spalla del'attrice, una sorta di falce di luna, verticale, di colore bianco carne. Sulla sinistra, la forma ha una leggera gibbosità che sembra un orecchio. A un esame ancora più attento, la sagoma diventa una faccia  umana nascosta per metà nell'ombra: qualcuno che sopraggiunge alle spalle della donna. Con la lente d'ingrandimento, la faccia d'uomo in ombra è più evidente e quella della donna inizia a diventare un teschio."
Insomma, per oltre cento anni, l'identità dello Squartatore è rimasta uno dei più grandi misteri irrisolti della storia criminale; ma certo è che questo pittore, tra malformazioni fisiche da nascondere,passioni inconfessabili per prostitute vecchie e in rovina, maestria incredibile nel saper scrivere in oltre cinquanta grafie diverse, l'arte di scomparire per settimane intere passando dalla sua meravigliosa residenza per trasferirsi in bettole nella zona più infima di Londra e un odio incoffessabile per le donne qualche dubbio lo crea. Personalmente ritengo questo libro affascinante, come l'arte di Sickert.

Brano virgolettato tratto da "Ritratto di un assassino" Di Patricia Corwell