lunedì 25 agosto 2014

Ordinario giorno di follia di una cassiera



Ci sono giovani ( ma anche adulti) che la domenica si sollazzano, smaltiscono i postumi della sbornia del sabato sera, si dedicano ad hobby, mantra ed altre amenità del genere.
Mia figlia lavora tutte del domeniche dell'anno, festivi compresi, e meno male, l'alternativa sarebbe essere disoccupati.
Ma non capisco se sia l'ambiente ( centro commerciale), o che proprio la gente in mandria perda il senso del logico, o che proprio il mondo è pieno di stronzi.
-Situazione numero uno: lei in cassa con una fila da vigilia di Natale ( ma non c'era la crisi?), famigliola simil Mulino Bianco, ma solo simil; il bimbo piccolo vede un pupazzetto dei Minions che costa 1 euro e chiede di averlo, il padre gli risponde che è da femmine: o prende un pallone che costa 75 euro o niente. Il piccolo comincia ad avere una crisi di nervi, urla che non gli piace il pallone e vuole il pupazzetto, il padre e la madre imperterriti gli dicono che costa troppo, dopo che si sono comprati una marea di cianfrusaglie griffate tipo cappelletti, cinture, scarpe simil zoccola. Morale della favola: il piccolo è andato via strascinato per un braccio con dentro gli occhi il piccolo Minion che lo guardava. Mia figlia guardava quei patetici genitori come Nicholson.
- Situazione numero due: rumeno avvinazzato la avvicina mentre sistema uno scaffale di scarpe, ha urgenza di pagare qualcosa, lei risponde che la cassa 1 è chiusa e di andare alla 8, lui dice che è troppo lontana e ha fretta; lei risponde che non può fare come gli pare e di andare alla cassa 8 che è vuota visto che sono solo le 9 di mattina. Viene spintonata e si becca della MIGNOTTONA.
Lo sguardo stavolta era questo.
                                         

sabato 16 agosto 2014

Phoebe in Wonderland

                                                                   




Cosa può offrire un torrido ed immobile pomeriggio d 'Agosto?
In teoria nulla, giocherellando col telecomando mi ritrovo letteralmente affascinata da un capolavoro, un film che non è mai arrivato nelle sale italiane e non riesco a capirne il motivo.
Rai movie trasmette questo gioiellino in un pomeriggio qualsiasi ed in un orario impropabile ed io resto stregata dalla recitazione perfetta degli interpreti e dal soggetto affascinante.
Protagonista assoluta è Phobe, bambina "diversa" perchè parla a sproposito e senza alcun freno inibitore, mai completamente a suo agio in nessun posto, indugia nell'autolesionismo e cerca un luogo, un mondo, che possa offrirle quello che disperatmente cerca.
La madre si colpevolizza di pensare quanto sia pesante gestire Phobe: lei non si adegua, sputa ai compagni e parla, parla senza frenarsi mai, finendo continuamente punita dal preside.
Una rappresentazione teatrale di Alice nel Paese delle meraviglie la vedrà incontrare una maestra di recitazione fuori dgli schemi che vede in lei quello che sfugge a tutti gli altri, persino allo psichiatra che cerca di entrare nel suo mondo senza però riuscirvi.
Non è un film come gli altri: qui si parla della Sindrome di Tourette e di come una famiglia ed una bambina si ritrovano a combattere con pregiudizi e chiusure mentali mantenendo però una leggerezza che passa dalla Regina di Cuori, interpretata da un bambino vittima di ogni sberleffo, arrivando al Bianconiglio.
In tutto ciò Elle Fanning ( Phoebe) riesce ad essere emotivamente lacerante, tra gli scatti incontrollabili (epiteti gratuiti lanciati improvvisamente), la lotta che sente dentro di se  (il confronto col Preside in tal senso spezza a metà il cuore per intensità drammaturgica), il dispiacere per la situazione che crea e la voglia di evadere con la fantasia.
Altresì sono strepitosi i suoi duetti con l’insegnante anticonformista presentata da Patricia Clarkson, una vera e propria gara a chi recita meglio.
La drammaticità lascia spesso il posto a respiri di intensità recitativa giocati solo con gli sguardi di Phobe nel suo Mondo delle meraviglie. Come spesso succede anche nella vita, sarà la madre a scoprire il dramma di Phobe e non il medico che resta ancorato a stereotipi.
L’ultimo tocco di classe è poi offerto da un finale che non vuole in nessun modo mettere tutto (banalmente) a posto, basta la consapevolezza delle cose (la naturalezza con la quale Phoebe illustra ai compagni di classe il suo problema è inattacabile) ed il resto è semplice vita da prendere nella sua essenza.
Dunque si tratta di un piccolo e delizioso film che affronta un drammatico problema di salute con tante connotazioni diverse (il disagio in famiglia, la difficoltà di comprendere le cose, lo scarso dialogo con chi dovrebbe capire prima degli altri), non sempre nuove, ma il tocco e la delicatezza, oltre che l’inevitabile irruenza dettata dal caso, sono di stampo più che raro.
Speciale. 

venerdì 1 agosto 2014

Nuova recensione

Per mia colpa, un romanzo di Antonella Mattei

antonella
Antonella è una scrittrice che matura la sua penna pochi anni fa soprattutto scrivendo racconti per il sito ZeugmaPad e proprio tramite questa piattaforma pubblica il breve romanzo, molto intenso per la trama e per gli argomenti trattati, “Per mia colpa”.

Il racconto si apre con Agnese, una delle protagoniste della storia, seduta ai banchi di scuola, intenta a disegnare un cartoncino per la festa del papà. Un papà che lei non ha mai conosciuto e una madre dai facili costumi. Un’infanzia vissuta con una donna, sua madre, violenta e alcoolizzata, in un paesino di provincia dove la gente non la vede di buon occhio, per il suo atteggiamento provocatorio e al di là del comune e quieto vivere. Un’adolescenza maturata tra gli stenti, con gli uomini che vanno e vengono; una madre che la costringe ai lavori di casa e a mansioni che non le spetterebbero.  Poi c’è Lea, una donna che ha vissuto nei campi di concentramento, che si trova di fronte a una scelta: vivere da “kapò” odiata dalle altre donne dei campi di sterminio, o vivere in mezzo a loro negli stenti. Lea, ormai anziana, si rivede in Agnese e rivive le violenze subite da un marito despota. Le ferite, che pensava ormai ben cicatrizzate, si riaprono e racconta alla giovane Agnese la sua storia. Una storia che ci rivela una Lea spietata e coraggiosa, un viaggio nella memoria visto da un’angolatura diversa, ovvero  dalla parte di una donna che non ha deciso di sopravvivere alle sventure, ma di VIVERLE. Messa spesso di fronte a delle scelte dure e crude Lea riesce a svincolarsi dai tanti pericoli della guerra, persino uccidendo. Un personaggio altero, amante dell’arte e del lusso, una donna fuori dall’ordinario.

Un romanzo che ci racconta la vita di tre donne, tre generazioni che si incontrano nella stessa storia e un finale inaspettato, ma il più giusto per tanti versi. Una trama intensa, fitta di emozioni. Un continuo spaziare tra le disgrazie di una società attuale e nel passato di una guerra che ha visto milioni di morti e soprusi razziali.

Antonella ci trasporta nella storia con una narrazione fluida e leggera, fatta di periodi semplici ma, allo stesso tempo, molto incisivi. Una prosa con pochi dialoghi, un racconto che si mangia come il pane, un “resoconto” dettagliato di sentimenti, coinvolgente. Una storia, forse una delle tante, che lascia il segno.
 
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