lunedì 28 settembre 2015

Questi fantasmi...

Soffro d'insonnia.
Un'insonnia crudele, che non risponde a nulla: benzodiazepine, tisane, mantra, meditazione...
Forse è per questo che faccio sogni vigili, che mi lasciano in una sorta di dimensione onirica dalla quale è difficile uscire.
Ho sognato mia zia. Morta alla mia stessa età, quindi una donna giovane, con figli poco più che adolescenti: di solito quando la sogno succede sempre qualcosa di spiacevole,credo sia legato al fatto che ha sofferto moltissimo. Stavolta no, forse perchè l'ho sognata rilassata, sorridente, diversamente da come succede di solito. Mi parlava serena e distesa in una sorta di divanetto bianco, con un abito alla moda e bellissima come prima che la malattia la divorasse, poi  mi dice di voltare il viso alla mia sinistra e da una specie di nebbia o nuvole bianche vaporose appare, sempre più vicino, una figura curva, poggiata ad un bastone, incerta eppure forte. Riconosco gli occhi di brace: mio nonno.
Ho già scritto di lui, ma il sogno non mi lascia: è qui, sento i loro respiri, i sussurri, sento sotto le dita la loro pelle tiepida. Questo era mio nonno.
Scriverò quindi di un grande uomo. Un uomo anonimo, ma grande in tutti i sensi. Un uomo importantissimo che ha lasciato in me un ricordo struggente di forza, vivacità, ardore e coraggio da vendere.
Questo uomo nasce nel 1909 in un paese della Puglia, la madre una "serva", il padre " il padrone nobile". E già comincia male. Ancora in fasce viene abbandonato in orfanotrofio con un nome datogli dalle suore: Candido e il cognome quello che si usa per i trovatelli. Quando "il padrone" resta vedovo, lo riconosce dandogli il cognome e cambiandogli anche il nome: Annibale, e mai nome fu più azzeccato.
Il padre ha origini greche e Annibale è bello come il sole: forte, alto, moro, pieno di voglia di fare e di amare. Tutte le donne sono le sue, nessuna resiste al suo fascino e al suo modo di fare. Fa mille mestieri, niente gli mette paura, tranne la guerra.
Odia le armi, la violenza; è forte a fare scazzottate con gli amici, ma la guerra no, non è fatta per lui.
Va a lavorare nelle cave di marmo di Guidonia, il fisico glielo permette e s'innamora di una donna umile e dolcissima: Eva. Avranno 5 figli, Annibale odia qualsiasi forma di prevaricazione, rifiuta d'indossare la camicia nera, malgrado la moglie lo supplichi per far mangiare i figli. Niente. Lavora come una bestia, notte, giorno, s'inventa la vita, ma non si piega. Nasconde in casa gli americani, tenendo testa ai nazisti che gli sfondano la porta e puntano la pistola in testa alla figlia di mezzo, quella del sogno in cui li ritrovavo insieme. Non parla, non si piega. Salva la vita a 5 soldati. Viene messo sul treno che ha come prima tappa Fossoli, riesce a scappare: si butta sui binari, si nasconde nei boschi e torna dalla sua famiglia. Ordina alla moglie di non dare alla Patria la sua fede nuziale, gliela sfila dal dito e se la inghotte, quella di lui era stata data in pegno tempo prima. Eva trema ogni volta che lui esce di casa.
 E infatti viene di nuovo catturato, sempre per la stessa cosa. Stavolta sono solo due soldati. Si ribella come un leone, intervengono altri paesani e a forza di cazzotti li buttano giù dal colle del paese. Si nasconde per qualche tempo chissà dove. Poi la guerra finisce.
Amava i suoi  9 nipoti, non c'era niente che fosse troppo per loro. Il primo nipote si godè il suo amore incondizionato: ogni domenica, sulle sue spalle fino a   Villa Borghese  e di lì  allo zoo, rimiravano i leoni e poi ruggiva più forte di loro, invitando il bimbo a fare come lui; e poi ridevano come pazzi. Avevano la stessa criniera. Fulva i felini, nera con sfumature grigie Annibale, rosso tiziano il fanciullo.
Il tempo gli porta via Eva. Troppo debole di cuore. Il dolore lo strazia, ma reagisce. Vuole vivere da solo, non vuole nessun estraneo in casa sua. Comincia ad imbiancare: la sua criniera ormai è bianca ed un bastone sostiene il peso dei suoi anni. Sopravvive alla morte di una figlia, quella scampata ai nazisti. Non vuole aiuti di sorta, fa tutto da solo, la spesa, il caffè al bar, regala rose alle signore del quartiere; fino a quando il destino lo porta all'ospedale: mette in riga tutti: medici ed infermieri non possono sgarrare perchè l'ira di Annibale è pericolosa. Non dura molto quella segregazione, lui è abituato alla libertà: nel dicembre 2001, Annibale raggiunge sua moglie.
Una telefonata all'alba:" Signora, il vecchio leone ci ha lasciato."
Questo hanno detto i medici.
Io ho risposto alla telefonata.
Quell'uomo era mio nonno.
Da poco è passato l'anniversario della sua scomparsa.
Dicono tutti, che dei 9 nipoti io sono quella che ha il suo temperamento.
Con un nonno così non ti puoi permettere di essere fragile. E non lo sono. Mi rialzo sempre.
La fede di mia nonna sta qui con me. Niente Patria, solo l'amore della loro prima nipote: ero io quella bimba che ruggiva con i leoni sulle spalle possenti di quell'uomo indimenticabile. Una donna tenerissima e dolcissima e un uomo potente e indomito.
Devo essere degna almeno la metà del suo coraggio.
Il vecchio leone non c'è più.
Ma questa tigretta non è da meno.
Vi amo nonni. In qualsiasi universo voi siate.

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