venerdì 30 dicembre 2016

Cartoline dall'inferno



Di questo anno che se ne va mi restano flash, immagini: cartoline sì, ma dall'inferno.
Gli ultimi tre mesi restano impressi in me, come marchiati a fuoco sulla pelle di una bestia.
Ti ho visto in piedi vicino alla finestra, spaventato, improvvisamente minuto nella tua vestaglia di flanella rossa mentre aspettavamo l'ambulanza, ti dicevo che non ti dovevi preoccupare, che avrei pensato a tutto io, che sarebbe andato tutto bene.
Poi dopo dieci ore mi sono accorta che all'ospedale si erano dimenticati di te: parcheggiato in un corridoio sovraffollato, solo, senza più punti di riferimento, con la testa andata , senza bere e mangiare, e allora sbatto i pugni sul bancone e comincio ad alzare la voce mentre digito sul cellulare il numero dei carabinieri e allora ti visitano celermente e decidono di trasferirti con urgenza.
Ancora un flash: entro in una stanza simile ad un albergo, siamo solo io e te: non so se mi riconosci, alterni fasi di coscienza ad altre di totale confusione: ti vedo inginocchiato mentre cerchi di smontare un letto ipertecnologico. Vorrei urlare, invece mi escono solo lacrime.
Ecco di nuovo un flash: hai infinite flebo, l'alimentazione artificiale, dai 70 kg che pesavi ora sono circa 30; ti ho portato la foto dei tuoi nipoti, non riesci nemmeno a sentirli al telefono perchè scoppi a piangere, e loro con te; mi racconti che per non sentire le zanzare ti sei coperto tutto col lenzuolo, scherziamo e ridiamo sul fatto che ti avrebbero potuto scambiare col prossimo defunto. E' stata la tua ultima risata.
Ricordo un buco vuoto e scuro al posto della bocca: un deportato, l'urlo di Munch: so che stai per andare ma nessun medico conosce con certezza la causa.
Ecco, le tue parole che non potrò dimenticare: pochi chili d'uomo in un letto troppo grande, tubi, cateteri, cannule e aghi in ogni pezzo di pelle, vena o altro orifizio disponibile, mi guardi e mi dici: "me lo porti un gelatino?" Oddio, oddio aiutami, dammi la forza di non morire qui, adesso. Non mangi da più di 40 giorni ed io faccio le scale quattro a quattro per cercare nel bar qualcosa che puoi deglutire senza soffocare. Ti ho comprato il gelato, come tu hai fatto mille volte con me.
Ecco il telefono che squilla alle sei di mattina: mi vogliono con urgenza al reparto; ormai sei da molti giorni in sub intensiva, la rianimatrice mi dice che ha dovuto metterti sotto morfina, di tenermi pronta: sento un rantolo terrificante e irreale, realizzo che sei tu, la stanza gira, mi sale la nausea, il medico mi dice di andare, che tanto nessuno può fare nulla.
Le notti insonni si susseguono l'una dietro l'altra. Non riesco più ad entrare nella tua stanza, non riesco a guardarti, non accetto la sofferenza: se ti guardassi e tu mi riconoscessi potremmo morire insieme in un secondo. Non mi perdonerò mai questa mia debolezza. che ancora mi mangia l'anima.
Ricordo quella mattina, nessuno in reparto, solo io e mia madre. Sono nella sala d'attesa davanti la tua stanza: è il tuo compleanno, faccio un passo con le gambe che tremano, il corridoio risuona dei bip dei moribondi monitorati; faccio ancora un passo e vedo mia madre in poltrona che fissa il nulla, ancora uno e vedo la sagoma dei tuoi piedi, sento il sangue che defluisce verso il basso, nelle tempie il mio stesso battito, avanzo ancora, ecco le tue mani. Signore aiutami, sono così pallide, quasi blu, ancora un passo, mia madre mi vede, cerca di fermarmi: ecco, ti vedo. Il volto affilato inabissato nella maschera d'ossigeno, mi fissi incollando gli occhi nei miei, muovi le mani in un gesto che non dimenticherò mai più: "guarda che mi è successo..." Ti accarezzo la testa, senbra quella di un pulcino, le lacrime bagnano le lenzuola ma non m'importa: ma come si fa, come si fa... non riesco a dire altro, come una litania, mentre mia madre cerca di calmarmi tra le sue lacrime e la mia disperazione. Sei già lontano, stai guardando fuori la finestra qualcosa che non è di questo mondo. Mi dicono che ti serve una trasfusione di sangue, chiedo la spiegazione mentre sento ridacchiare qualche altro infermiere: cazzo ridi, stronzo? Non sono in più in me, ridevano per cavoli loro: la vita, la loro, continua.
La mattina dopo quell'abbraccio te ne sei andato, da solo.
Ora so che aspettavi quell'addio, quel mio ultimo abbraccio.
Mi ha piegato e spezzato la tua agonia, non se e quando ne uscirò fuori: ho attraversato questo calvario da sola e da sola ne dovrò uscire.
Non si può morire in questo modo, nessuno dovrebbe e nemmeno so di cosa precisamente sei morto: ho negato l'autopsia. Poteva bastare il tritacarne  che hai passato.
Spero in un mondo che autorizzi l'eutanasia per chi la desidera: io so dove rivolgermi, non voglio morire senza dignità. come è successo a te.
Non mi bastano i miei figli, non mi basta il mio uomo, non  basta niente a placare questo cane rabbioso che mi sbrana: è il rimorso di non aver fatto abbastanza, il terrore di vederti così, di vedere come è fatta la morte e come viene prolungata quel simulacro che i medici chiamano vita.
Addio anno di merda, spero che il prossimo sia più clemente.

venerdì 25 novembre 2016

Ma quale amore?



La mattanza  s. f. [dallo spagn. matanza «uccisione», der. di matar «uccidere»]. – Fase finale della pesca del tonno, particolarmente cruenta e impressionante, durante la quale i tonni pervenuti nella tonnara e giunti nell’ultimo compartimento della rete, la cosiddetta camera della morte, vengono agganciati con arpioni uncinati e uccisi con ripetute mazzate. Per estens., spec. nel linguaggio giornalistico, strage, massacro di persone, o delitto efferato.

Questa immagine così cruenta si attaglia perfettamente alla strage di donne che non cessa di creare ogni giorno decine di vittime, in Italia e nel mondo.
Donne inseguite, perseguitate, picchiate, stuprate, ammazzate, acidificate, bruciate, mutilate, smembrate, fatte sparire per sempre; donne incinta dei propri uomini e dagli stessi prese a picconate, a sassate, arse ancora vive, sepolte in una buca mentre l'aguzzino le saltava sulla pancia o sulla testa.
Queste solo solamente alcune delle cause di morte o di lesioni gravissime che riporta la cronaca quotidiana e che non sto inventando per qualche racconto.
Vittime di uomini. Ma quali uomini. Come definire uomo colui che con l'alibi di amarti troppo ti strappa a pezzi dalla vita?
In India da un paio d'anni è stata introdotta la pena di morte per coloro che in seguito a stupro o acidificazione uccidono la vittima. Per assurdo se il crimine è commesso dal marito la pena non viene inflitta. Sempre India, esiste una pratica disumana che è stata formalmente abolita dal governo indiano quasi due secoli fa, nel 1829, ma, soprattutto nelle zone rurali dell’India settentrionale, la situazione di fatto non è cambiata e ancora oggi si registrano casi di vedove sottoposte a questo orribile rito.
 Il sati, uno dei più crudeli sacrifici previsti dalla religione induista, consiste nella macabra usanza di cremare viva la vedova di un defunto dandola alle fiamme sulla stessa pira su cui il marito veniva cremato. Essa veniva generalmente legata alla catasta di rami, cosparsa di ghee, il burro chiarificato degli indiani, e ricoperta di legna secca, in modo che le sue membra potessero prendere fuoco più velocemente.  E poi c'è la piaga delle mutilazioni: le donne non possono e non devono provare alcun piacere nell'atto sessuale, esse esistono solo in virtù di procreare a dare piacere al marito. Al momento sono stimate 140 milione tra donne e bambine costrette a subire questa violenza.
Tornando al nostro Paese la situazione è agghiacciante, non esiste una legislatura sufficientemente dura da poter sperare che il colpevole, quasi sempre il compagno o marito, sconti una pena degna di questo nome: sei mesi, al massimo un anno di galera e poi i domiciliari.Quando va bene.
Io, da donna, non riesco a capire questi uomini: hanno paura di essere lasciati? Temono di non sentirsi sufficientemente maschi? Percepiscono ogni ombra di pantaloni come un potenziale rivale?
Perchè se è questo l'amore, allora è meglio non conoscerlo.

martedì 8 novembre 2016

Radici spezzate


Non ho mai capito, e mai lo farò, il senso della sofferenza: una inutile estenuante agonia fine solo a se stessa.
La tua sofferenza è stata di una durata illogica ai fini di qualsiasi ragionevole pensiero che non fosse un delirio di onnipotenza. Hai resistito per giorni, per settimane, per mesi, al richiamo suadente della morte che ti attirava dolcemente a se, mentre gli uomini ti riportavano in questa dimensione di dolore: tra tubi, aghi e ogni altra possibile tortura.
La morte spaventa i deboli, gli insipienti, gli ipocriti, i sepolcri imbiancati.
E' solo un luogo diverso, una dimesione ultraterrena, ed è ora che finalmente, finalmente, tu riposi in pace, libero da ogni inutile sofferenza.
Ciao papà, che la terra ti sia lieve.

mercoledì 7 settembre 2016

Settembre, andiamo!!





  La faccia dei ragazzini che vedo in giro la dicono lunga: pallidi,occhi sgranati, una leggera sudorazione gelida sulla fronte. Lo schermo del pc ha dato la sentenza: lunedì ricomicia scuola.
Non so perché ma la scuola non comincia, ricomincia! Sempre, puntuale come una cambiale. Solo una volta nella vita puoi dire “Domani comincia scuola” ma siccome hai solo 5 anni, non ti ricorderai mai nella vita di averla detta. Invece con il fatto che ricomincia devi riprendere in mano quello che oggi si chiama corredo scolastico.
Gli alunni della mia generazione erano chiamati "I Remigini", perchè iniziavamo la scuola il primo ottobre, appunto San Remigio. L’astuccio: la matita, la penna bic, bella oggi ieri e domani, le prime a quattro colori che spingevi tutti insieme ed erano rotte il giorno stesso che la mamma te la comprava dopo aver frignato per due settimane, la gomma da cancellare per matita, piena di buchi fatti con la medesima, sporca lercia che macchiava il foglio facendo peggio. Mai come la gomma esagonale per la penna,quella che aveva una sottilissima righina rossa nel mezzo che il foglio lo bucava.. La cartella con due libri, quello di letture e il sussidiario, e basta! Se oggi si sapesse a memoria il sussidiario, e soltanto quello, vinceremmo tutte le sere a tutti i quiz delle decine di reti e senza nemmeno l’aiuto da casa. Fazzoletti di carta che si prestavano a tutti in classe, le forbici con la punta arrotondata, servivano per il collage, ma in realtà anche a tagliare il fiocco di quello più antipatico. Le matite colorate Giotto, di quel legno dall’odore strruggente, ma soprattutto la colla dalla formula segreta come la CocaCola, la COCCOINA! Quella scatola rotonda di alluminio con il pennello più cool del mondo al centro nella sua collocazione.Il tutto completato da un democratico grembiule bianco o blu, tutti uguali, niente griffe inutili e così spudoratamente pronte a trasformarti in Lolita col suo calciatore di turno.
Tornando a casa, era finita la giornata, niente corsi di nuoto, inglese, piano, kung fu,calcio,  violino, mandolino, arpa celtica o tutti insieme a giorni alterni; con 4 stupidi compiti da fare, le mani piene di sbaffi delle penne, le molliche della gomma sul grembiule, sporchi di coccoina, sudati, stravolti, eroi per un giorno, 9 mesi all’anno, ma per tutta la vita: perché se è vero che gli esami non finiscono mai, “la scuola” ricomincia ogni mattina.

martedì 21 giugno 2016

Il podio del disonore

Quando essere sul podio non è sempre un onore
Immagine dal web

Li incontriamo la mattina sul pianerottolo, al bar sotto casa, parlano del tempo col cane al guinzaglio, vanno a prendere i figli a scuola e poi li portano al campetto a dare due calci al pallone: comuni, banali uomini come milioni di altri. Milioni di altri che hanno fatto guadagnare all’Italia il podio per i maggiori fruitori di turismo sessuale.
Secondo rapporti recenti di  Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) risulta chiaramente che gli italiani (per lo più uomini) sono al primo posto come clienti di bambini fatti prostituire in paesi del Terzo Mondo. Tra questa moltitudine di uomini perversi solo il 5% rientra tra le casistiche dei pedofili abituali, tutti gli altri sono alla ricerca di un’esperienza trasgressiva, da brivido, un brivido che in patria costerebbe la galera, mentre in alcune parti del mondo vengono addirittura organizzati  e agevolati da tour operator specializzati nel settore. Il turismo sessuale è il terzo traffico illegale per ordine d’importanza, dopo droga e armi, a tal punto da essere un fenomeno di rilevanza mondiale (Terre des Hommes e ECPAT, End Child Prostitution Pornography and Trafficking). Da quanto gli inquirenti hanno appurato finora, l’ intero soggiorno di 15 giorni a Fortaleza ed extra di 15-20 euro per ogni incontro sessuale si aggira sui duemila euro. La quota comprende il volo aereo, il soggiorno in albergo anche di quattro stelle e prima colazione. L’ incontro con le giovani prostitute, tra i 16 e i 18 anni, è un extra che costa tra i 15 e e 20 euro. Spesso la scelta ricade su ragazzi e ragazze molto più giovani, si stima che nel mondo ogni anno ci sono un milione di turisti sessuali che rivolgono le loro attenzioni a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli. I turisti che si rivolgono alla prostituzione esclusivamente minorile sono un terzo del totale. Tra i Paesi più a rischio troviamo Il Kenya: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte nella prostituzione occasionale – oltre al 30% di tutte le bambine fra i 12 e i 18 anni che vivono in quelle zone. Fra 2.000 o 3.000 bambine e bambini sono inoltre coinvolti nel mercato del sesso a tempo pieno. Il prototipo del turista sessuale è piuttosto variegato, malgrado si sia abbassata la soglia di età che ora riguarda soggetti tra i 20 e i 40 anni: possono essere sposati o single, avere figli non costituisce alcuna remora; possono essere abbienti o di ceto sociale medio/basso, quello che li distingue sono solo le categorie: l’occasionale, l’abitudinario che non esita a comprare anche un appartamento in loco e i pedofili.
Diversi anche i motivi che portano questi uomini a  questo tipo di scelte: la difficoltà ad instaurare relazioni paritarie con donne adulte, l’anonimato,  l’impunità, la ricerca frenetica di cose nuove ed eccitazioni sempre maggiori e il falso mito che fare sesso con minorenni scongiuri il rischio AIDS. Di fatto tre milioni di persone partono ogni anno a caccia di prede sessuali nel mondo e gli italiani hanno vinto la medaglia d’oro.
Fonti:
http://27esimaora.corriere.it
http://www.corrierecaraibi.com/
Bill that kill 

mercoledì 15 giugno 2016

Occultismo, stregoneria e nazismo

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I libri che trattano l’occulto hanno sempre affascinato persone di tutti i tipi: studiosi, artisti, curiosi, creduloni e anche soggetti facilmente suggestionabili, risulta quindi molto strano trovare tra queste categorie i nazisti ed in particolare gli ufficiale del Terzo Reich, ma c’è un motivo valido dietro questa scelta letteraria.
Heinrich Himmler era convinto, secondo suoi studi del tutto personali, che la magia, in particolare quella del medioevo, avesse lo scopo di distruggere la “razza ariana” e quindi tutti i tedeschi; questo rischio fu preso molto sul serio e il Reich decise di far sparire tutti i volumi esistenti che parlassero di qualsiasi forma di magia, esoterismo e stregoneria. Questa decisione non  deve stupire più di tanto: fu infatti sempre Himmler a creare la famosa Ahnenerbe, associazione scientifica con scopi diversi, fra cui la realizzazione di scavi archeologici, il finanziamento di studi sulla storia delle lingue, delle razze e delle religioni indoeuropee, con lo scopo di trovare le radici culturali della razza ariana, prima che quest’ultima venisse, secondo le loro assurde teorie, macchiata da altre razze.  Diventava quindi essenziale trovare tutti questi volumi “pericolosi per la razza ariana” e infatti furono razziate numerose biblioteche d’Europa ed i testi incriminati finirono, chissà come, in un magazzino di Praga: sono circa tredicimila volumi dedicati all’occulto quelli ritrovati in una pertinenza della Biblioteca Nazionale della Repubblica Ceca, in seguito ad una iniziativa Ceco-norvegese, finanziata dalla UE.
Come la storia ci ha poi insegnato, non furono la stregoneria, i rituali satanici o qualche sortilegio a fermare l’orrore che Hitler e tutti i suoi adepti disseminarono: ci sono voluti fiumi di sangue russo e americano, bombardamenti terrificanti e morti di ogni nazionalità. Magari fosse bastato un abracadabra.

martedì 10 maggio 2016

Mistero ed esoterismo nel cuore della Roma bene: il quartiere Coppedè.


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di Keiko
Ci fu un tempo nel quale frequentavo assiduamente via Tagliamento, sede del favoloso Piper, discoteca romana che ha segnato un’epoca e messo in luce artisti di fama mondiale. Quando s’imbocca via Tagliamento e la si percorre per un certo tratto, si arriva di fronte all’ingresso di un quartiere, quasi una cittadella, tanto affascinante quanto misteriosa: quel tipo di mistero che atterrisce un pochino e quindi, ovviamente, ti attira nei suoi meandri. Sto parlando del famoso quartiere Coppedè.
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Ti lasci alle spalle via Tagliamento e piazza Buenos Aires ed ecco che un lugubre arco, con un lampadario in ferro battuto, fanno da cornice gotica ad un insieme di villini e appartamenti. Ricordo che quando passavo sotto quest’arco e il lampadario oscillava lentamente per il vento che s’incanalava, mi sembrava di sentire sempre un lamento e l’impressione di essere osservata da presenze oscure non mi lasciava mai. Molti visitatori hanno l’impressione di essere osservati da dietro le finestre chiuse. Ulteriore perplessità la suscita una piccola edicola devozionale nella quale il Bambino non rivolge lo sguardo alla Madre ma a ogni possibile passante.
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Questo bizzarro e misterioso quartiere deve il suo nome all’architetto-scultore fiorentino Gino Coppedè che, scelto dai finanzieri Cerruti della società «Edilizia Moderna», lo realizzò tra il 1913 ed il 1921. La lunga interruzione dovuta alla guerra e la morte nel 1927 dell’architetto non permise il compimento del progetto che rimane comunque un’attrattiva molto suggestiva e considerata da molti un polo esoterico e, per alcune scuole di pensiero, di satanismo.
Oltre l’arco, procedendo per via Brenta, si giunge alla piazza principale del quartiere, piazza Mincio, che ospita la famosa Fontana delle Rane e che vide i Beatles farsi il bagno vestiti dopo un concerto al suddetto Piper. cop3La vasca della fontana ospita tra le altre figure, un’ape: possibile tributo dell’architetto al grande Bernini, nonché simbolo massonico. Ospiti del quartiere sono il Villino delle Fate e l’Ambasciata Russa. Il Villino è decisamente surreale: affatto coeso con il resto dell’edilizia del quartiere tutt’intorno, i materiali usati, quali vetri colorati, travertini e marmi, rendono l’edificio fiabesco e, come al solito, inquietante; la vegetazione con palme ad alto fusto, cespugli fitti, poi colonne e capitelli, non fanno altre che esasperare giochi di luce e di ombre che non lasciano indifferenti. L’Ambasciata Russa ha elementi neoclassici, greci, medievali e cristiani, con una edicola sacra posta talmente in alto da risultare quasi invisibile, mentre il tetto risulta sorretto da figure di animali. Questo quartiere è da sempre molto amato dai registi, primo Dario Argento, tanto per dire l’effetto che induce al visitatore; quello che è certo che l’architetto Coppedè non ha avuto né predecessori, né successori così eclettici e visionari.
Un dettaglio da non sottovalutare il costo degli appartamenti: in questa spettacolare zona, un appartamento di una settantina di metri quadri va dal milione al milione e mezzo di euro.

mercoledì 27 aprile 2016

La morte bianca

haya giovane

Ci sono persone, sconosciute ai più, le cui vite e le imprese  eroiche sono state portate sul grande schermo e quindi divenute famose: il caso di Chris Kayle le cui gesta, sotto la regia di Eastwood, hanno dato vita al celebre film American sniper e da allora tutto il mondo conosce le sue azioni. In verità  Kayle non fu tra i più letali cecchini: con i suoi 160 nemici abbattuti non si avvicina nemmeno lontanamente al più pericoloso Vasily Zaytsev, militare sovietico con oltre 230 vittime sotto i suoi tiri, le cui gesta sono raccontate nel film Il nemico alle porte.
In realtà, il più pericoloso, il più letale, l’inafferrabile cecchino che fece tremare l’Armata Rossa, fu Simo Haya. Giovane agricoltore e allevatore finlandese, alto appena un metro e sessanta, armato di un micidiale Mosin-Nagant, diede vita alla sua personale guerra contro l’avanzata delle truppe sovietiche nella sua nazione. Con temperature inferiori ai meno venti, meno trenta gradi, Simo Haya spazzava la neve intorno a lui e si  mimetizzava nella tundra immacolata ricoperto solo dal suo telo mimetico bianco. Restava così. Immobile per ore e ore, masticando neve per non creare condensa con l’alito e poi dava vita alla sua maestria. Tirava sino a quattrocento metri di distanza e senza l’ausilio del mirino telescopico che aveva rimosso perché sapeva che il riflesso delle lenti avrebbe potuto tradirlo: si affidava solo alle tacche di mira e al fatto che i soldati sovietici avanzavano sempre in schieramento orizzontale e  decimava letteralmente interi battaglioni. I sovietici mandarono altri cecchini per scovare la misteriosa “morte bianca”, così fu soprannominato, ma nessun  tiratore scelto inviato per ucciderlo, tornò mai indietro. Il comando sovietico decise che non riuscendo a scovarlo, avrebbe bombardato a tappeto tutte le zone in cui ipoteticamente Haya poteva trovarsi: non riuscirono a trovarlo, ma i soldati russi freddati da un solo colpo aumentavano a dismisura: in cento giorni dall’inizio del conflitto Haya aveva colpito ben oltre settecentocinquanta uomini, e per difetto. Sfuggì a molti bombardamenti  fino a quando un proiettile della fanteria lo colpì alla mascella riducendolo in coma, ma negli stessi giorni il conflitto tra Unione Sovietica e Finlandia ebbe termine. Dopo dieci giorni di coma Haya si riprese e venne insignito di ben cinque onorificenze al valore dell’Esercito Finlandese e promosso al grado di Sottotenente. Dopo la fine della guerra si ritirò a vita privata e morì nel 2002 a novantasette anni. E’ considerato uno dei più valorosi eroi nazionali. Piccolo e letale Haya  portò a termine quello che si era prefisso: distruggere il nemico.
haya frase

giovedì 31 marzo 2016

Le parole sono importanti






Mi sento bene quando vengono interpretate nel modo giusto  le mie parole.
In questa recensione di Marina Atzori, i personaggi del mio libro sembrano vivere, parlano e interagiscono col lettore, come ho sempre sperato accadesse, ed è anche il fine stesso di qualsiasi racconto.
http://marinaatzori.altervista.org/recensione-marina-atzori/

Spero presto di avere una versione cartacea per tutti coloro che amano l'odore della carta e dell'inchiostro.

mercoledì 16 marzo 2016

Chi ci capisce e chi no






Se uno scrive, a meno che non stili la lista della spesa, lo fa con passione, con lo stomaco, con l’anima, dopo interviene la parte razionale che elabora tutto quello scritto nero su bianco e lo rende leggibile a terzi. E comincia così ad inviare manoscritti a diverse case editrici: quelle inarrivabili, quelle famose, quelle stanno in una via di mezzo, quelle che ci provano, quelle che si arrabatano. Quelle a pagamento nemmeno le nomino. Ovviamente dopo un po’ d’esperienza l’autore non manderà le sue poesie a chi pubblica hard boiled o noir a chi è specializzato in narrativa rosa: non siamo così sciocchi, spettabili editori; se ne deduce quindi che alcune lettere di rifiuto sono assolutamente ridicole. Ma alcune sono davvero incredibili. E hanno fatto storia.
Pensate che qualsivoglia editore possa negare la pubblicazione al re King o Le Carrè?
Ebbene si! E sono anche in buona compagnia, diversi editori, forse negligenti, forse impreparati o magari solo non all’altezza di riconoscere le straordinarie capacità dell’arte pura, se ne sono fatti scappare molti e tutti scrittori di prima grandezza.
Le lettere di rifiuto sono a dir poco assurde e ridicole, ti fanno pensare: “Ma sicuro che questi ci capiscono qualcosa di narrativa? Non è che ho spedito il manoscritto a mia nonna?”.
No, li hanno spediti a veri (almeno pare) editori e quelle a seguire, raccolte dal prestigioso Thelegraph, sono le lettere di rifiuto che gli autori hanno ricevuto e le assurde motivazioni addotte.
E meno male, dico io!
Per loro fortuna, altre persone, predisposte all’arte, hanno saputo cogliere la bellezza che non a tutti è concessa riconoscere.
1. Vladimir Nabokov, Lolita
«Per gran parte è nauseante, anche per un freudiano illuminato… è una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»
Vladimir Nabokov, esule russo che già dal 1940 si era stabilito negli Stati Uniti, non seppellì mai Lolita e riuscì a pubblicarlo in Francia nel 1955 con la Olympia Press, una casa editrice specializzata in narrativa erotica, dopo due anni di rifiuti da alcune prestigiose case editrici statunitensi (Viking Press, Simon&Schuster, New Directions, Farrar e Doubleday). Il libro diventò immediatamente quello che si chiama “un caso letterario”, apprezzato da scrittori e critici tra i più rispettati del tempo: quando Graham Greene lo lesse nell’edizione francese, in un’intervista al Sunday Times di Londra lo definì come «uno dei migliori romanzi dell’anno». Nonostante questo il romanzo non venne pubblicato in Gran Bretagna fino al 1957, perché il ministero degli Interni ne vietò la distribuzione. Anche il governo francese decise che ne fossero ritirate tutte le copie in commercio. La prima edizione americana risale al 1958. In Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 1962.
2. Anna Frank, Diario
«La ragazza non possiede, a mio parere, una speciale percezione o sensibilità che sollevi quel libro al di sopra del livello di curiosità.»
Questo è solo uno dei 15 editori che non ritennero che il Diario di Anna Frank valesse la pena di essere letto. Il testo, rivisto e redatto dal padre di Anna, Otto Frank, dopo svariati passaggi finì nelle nelle mani della coppia di storici olandesi Jan Romein e Annie Romein-Verschoor che dopo alcuni tentativi, senza successo, di trovare una casa editrice interessata alla pubblicazione, il 3 aprile del 1946 scrissero un breve articolo sul Diario sulla prima pagina del quotidiano Het Parool. Infine, fu la casa editrice Contact di Amsterdam a pubblicare il libro richiedendo però che venissero tolti alcuni passaggi in cui Anne Frank scrive della sua sessualità. Il redattore capo decise di apportare anche altre piccole modifiche. Il Diario uscì il 25 giugno del 1947 con il titolo «L’Alloggio segreto. Diario epistolare dal 14 giugno 1942 al 1 agosto 1944» con una tiratura di 3 mila copie.
3. Herman Melville, Moby Dick
«Primo, per sapere: deve essere proprio una balena? Capisco che sia un ottimo espediente narrativo, per certi versi addirittura esoterico, ma vorremmo che l’antagonista avesse un aspetto potenzialmente più popolare tra i giovani lettori. Per esempio, il Capitano non potrebbe essere in lotta con la propria depravazione verso giovani e magari voluttuose signorine?»
Così scrisse Peter J Bentley, redattore presso la casa editrice britannica Betley & Son, che gli offrì comunque un contratto nel 1851. Moby Dick venne pubblicato 18 mesi più tardi del previsto e con grandi spese sostenute dall’autore stesso. Delle giovani fanciulle voluttuose non c’è traccia, nell’edizione finale.
4. David Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
«Per il tuo bene, non pubblicare questo libro.»
Pubblicato per la prima volta nel 1928, l’opera venne immediatamente considerata oscena a causa dei riferimenti espliciti di carattere sessuale e del contenuto (racconta della relazione tra una donna della borghesia e un uomo appartenente alla classe operaia). Il romanzo venne perciò messo al bando specialmente nell’Inghilterra del tempo, in piena morale vittoriana, tanto che sarà pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1960.
5. Anita Loos, Gli uomini preferiscono le bionde
«Ti rendi conto, ragazzina, che sei il primo scrittore americano a prendere in giro il sesso?»
Gli uomini preferiscono le bionde venne pubblicato con successo nel 1925: il primo rifiuto che ricevette suonerebbe oggi come un gran riconoscimento.
6. Sylvia Plath, La campana di vetro
«Miss Play ha dimestichezza con le parole e un occhio attento per le cose inusuali e i dettagli vividi. Ma forse, ora che si è disfatta di questo libro, la prossima volta userà il suo talento più efficacemente. Dubito che a qualcuno mai venga in mente di leggere questo libro, quindi potrebbe avere una seconda possibilità.»
Un editor della Alfred A. Knopf, casa editrice di New York, respinse il romanzo una prima volta nel 1963 quando l’autrice lo presentò con uno pseudonimo (Victoria Lucas). Dopo aver realizzato che era stato scritto invece da Plath, che aveva già pubblicato un paio di raccolte di poesie, lo stesso editor lo rilesse e inviò una seconda lettera che conteneva però un nuovo rifiuto. Riuscì anche a scrivere il vero nome dell’autrice in tre diversi modi, tutti sbagliati. «La prossima volta» non ci fu: Sylvia Plath si era suicidata sei settimane prima, l’11 febbraio del 1963.
7. John Le Carré, La spia che venne dal freddo
«Benvenuto in Le Carré, non ha nessun futuro.»
Un messaggio di un editor a un suo collega per introdurgli un manoscritto di Le Carré.
8. George Orwell, La fattoria degli animali
«Concordiamo che sia un notevole scritto, che la favola è trattata con grande abilità e che la narrazione di per sè mantiene vivo l’interesse: qualcosa che pochi autori sono riusciti a raggiungere da Gulliver in poi. Tuttavia, non siamo convinti (…) che questo sia il giusto punto di vista da cui criticare l’attuale situazione politica. (…) I suoi maiali sono molto più intelligenti degli altri animali, e perciò sono i più qualificati per gestire la fattoria – in realtà non ci sarebbe potuta essere nessuna Fattoria degli Animali senza di loro: quindi qualcuno potrebbe sostenere che serva non più comunismo ma più maiali dotati di più senso civico. Sono molto dispiaciuto, perché chiunque pubblichi questo romanzo avrà naturalmente l’opportunità di pubblicare i suoi lavori futuri: e ho molta considerazione per i suoi lavori, perché lei è un esempio di scrittura di fondamentale integrità.»
Certo, La fattoria degli animali ha venduto 20 milioni di copie, ma prima di essere pubblicata, nel 1944 fu respinta dalla prestigiosa casa editrice Faber&Faber da T. S. Eliot, grande saggista, editore e scrittore. La lettera integrale del rifiuto venne pubblicata sul Times nel 1969 (dopo la morte di entrambi) nella sezione “Lettere all’Editore”: fu spedita dalla seconda e ultima moglie di Eliot, Valerie.
9. Stephen King, Carrie
«Non siamo interessati alla fantascienza distopica. Non vende.»
Carrie fu il primo romanzo di Stephen King a essere pubblicato, nel 1974, ma fu respinto così tante volte che l’autore ha raccolto le tante note delle case editrici nella sua camera da letto. Uscì finalmente nel 1974 con una tiratura di 30 mila copie. L’anno dopo ne vendette oltre un milione.
10. Gertrude Stein
«Sono uno, uno solo, soltanto uno. Un solo essere, uno in ogni istante. Non due, non tre, solo uno. Solo una vita da vivere, solo sessanta minuti in un’ora. Solo un paio di occhi. Solo un cervello. Essendo solo un singolo essere con un solo paio di occhi e una sola vita da vivere, non posso leggere il tuo manoscritto tre o quattro volte. Neanche una volta. Difficilmente se ne venderà una copia qui. Difficilmente una. Soltanto una».
Così un accorato Arthur Fifield, fondatore della casa editrice britannica AC Fifield, scrisse a Gertrude Stein dopo aver ricevuto uno (solo uno) dei suoi manoscritti nel 1912.
11. Ernest Hemingway, Fiesta
«Se posso essere schietta, signor Hemingway – lei sicuramente lo è, nella sua prosa – ho trovato il suo libro noioso e offensivo al tempo stesso. Lei sicuramente è un “vero uomo”, non è così? Non sarei sorpresa di scoprire che ha scritto tutta la storia chiuso dentro a un club, con il pennino in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra»
Fiesta (Il sole sorgerà ancora) fu il primo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, pubblicato a New York nel 1926 e a Londra nel 1927. Così, però, Moberley Luger della casa editrice Peacock & Peacock rifiutò nel 1925 la pubblicazione.
Fonti di riferimento per le lettere: Post Libri

lunedì 14 marzo 2016

La diva fragile

Cammino spesso sopra un marciapiede sporco, trascurato, davanti ai teatri di posa di Cinecittà: c’è una stella di marmo in terra, ignorata, logorata dal tempo, invisibile ai più, tra cartacce svolazzanti e mozziconi di sigarette: è per l’attrice italiana più grande  di tutti i tempi, perché c’è la Bellucci che è bella da morire ma quando recita si rischia la narcolessia e poi c’è la Loren, una icona è vero, ma non potrà mai raggiungere lei: Nannarella.
herbert list
In questa sua foto storica  del fotografo tedesco Herbert List, Anna Magnani ha il mento appoggiato sulla mano, i capelli corvini che nessuna messa in piega sarebbe riuscita a domare, la bocca carnosa e volitiva, lo sguardo perso chissà dove, le sopracciglia marcate. E le occhiaie - non sarebbe la Magnani senza occhiaie - a causa di "una lacrima di troppo e una carezza in meno". Un’ attrice di prima grandezza, una donna dal temperamento potente, il suo grande amico Tennesse William diceva di lei: "una che affondava gli artigli nel cuore" leggendarie le sfuriate con Visconti, persino De Sica era intimidito dal suo temperamento - la Magnani era fragile e tormentata in amore. Nessuno riuscì mai ad asciugare quella lacrima di troppo e a compensare la carezza negata. Né Goffredo Alessandrini, il regista che sposò prima della guerra; né Massimo Serato, il padre che l’adorato figlio Luca  non avrebbe mai chiamato papà; né Roberto Rossellini che scappò di casa inventando una bugia miserabile per correre tra le braccia della Bergman; né Anthony Franciosa, di vent'anni più giovane, nonostante la focosa attrazione che si scatenò sul set di Selvaggio è il vento; né Marlon Brando, il magnifico bastardi di Pelle di serpente al quale riuscì solo a strappare un bacio (o un morso?) a forza.
anna brandoanna franciosa
Oscar nel 1956 con La rosa tatuata, non andò alla premiazione: Anna si aggira scalza in pantaloni nascondendo anche a se stessa la propria ansia. Per allentare la tensione, esce di casa sotto la pioggia e fa una lunga passeggiata con i suoi cani. Quando ritorna è più serena, ma solo alle quattro di mattina decide finalmente di andare a dormire". La svegliarono al telefono: aveva vinto - miglior attrice protagonista per La rosa tatuata. Lei a sua volta svegliò il piccolo Luca, che a quattordici anni ormai intuiva la grandezza dell'artista che stentava a chiamare mamma. "Non è mai stata una donnetta, una donnicciola, non ha mai fatto chiacchiere da cortile, era sempre una regina, non ha mai discusso di cose meschine", dichiara il figlio Luca in una biografia della madre.
anna oscarla rosa tatuata
E sempre a lei la Loren deve il suo successo: nel film La ciociara il ruolo principale era destinato alla Magnani che rifiutò sdegnata la proposta di De Sica quando seppe che la “figlia” sarebbe stata la Loren secondo lei troppo grande d’età al suo confronto. Se la Loren è stata effettivamente straordinaria in quel ruolo capitatole come un dono del cielo, non oso pensare  cosa ci siamo persi quando Nannarella decise di non fare più il film.
Riconoscere la grandezza della Magnani  non è molto complicato: c’è qualcuno nel panorama italiano che potrebbe essere una sua possibile erede? Non ne vedo. Mi dispiace per tutte quelle fanciulle che inseguono il sogno di recitare ma Nannarella aveva un fuoco dentro, una sofferenza che l’allontanava dalla vita reale, trasportandola nella finzione cinematografica donandosi completamente al pubblico. Non esistono attrici così, almeno in Italia.
Malgrado molti non la considerino una donna estremamente attraente e magnetica, molti furono gli attori di Hollywood che persero la testa per lei. Racconta Clint Eastwood che quando lo convocarono a Cinecittà per Un pugno di dollari, lui chiese, anzi impose di conoscere immediatamente Nannarella: era folle di lei, la trovava una donna straordinaria, diceva che i suoi occhi lo incendiavano e avrebbe voluto passare le dita tra quei capelli sempre spettinati. Per convincerlo a venire a Roma gli promisero di fargli incontrare Anna, ma quando fu il momento, lei gli passò a fianco salutando solo il regista Sergio Leone e ignorando totalmente il giovane aitante dagli occhi di ghiaccio: gli restò nelle narici il suo profumo e i suoi capelli corvini indomiti che svolazzavano nel vento romano.
Anna ordinava ai suoi truccatori di non nasconderle le rughe :" Ci ho messo una vita a farle venire, e mo' me le volete cancellà?!" Alla faccia del botulino e ritocchino!
Anche Renato Zero ha un aneddoto bellissimo sulla Magnani: si trovava ragazzino nella utilitaria del padre, caldo e traffico sulla Colombo già da allora. La Prinz del papà rallenta e lui vede sulla corsia alla sua destra una Mercedes cabrio che li affianca e guarda affascinato e trasognato una donna stupenda che ricambia sorridente il suo sguardo, restano così un po', poi lui ricorda il tintinnio dei suoi bracciali d'oro mentre si aggiusta i capelli ribelli e lei che, ripartendo, gli dice  ridendo: " Ciao nì!"
Renato guardò il papà e disse " Papà, mi ha salutato la Magnani!". " Renatì, mo' papà te compra un cornetto e un cappuccino così te sveji!"
Anche per lui fu un sogno e fece suo il saluto di Nannarella.
Grande, grandissima attrice, forse non del tutto compresa, alla quale non furono certo regalati ruoli ad hoc: li ha fatti suoi tutti, anche quelli che male si legavano al suo temperamento infuocato, segno di talento innato, spirito istrione e arte allo stato puro.
Ciao nì!
anna1
Fonti:
R.it spettacoli
Annamagnanisito
Foto
Google

lunedì 7 marzo 2016

Big Bamboo

current+prostituzione
Giovani, belli e secondo un certo immaginario diffuso in Occidente, prestanti. Il big bamboo: sogno di una mascolinità esotica, immersa nell’ebbrezza del viaggio. Facile, facilissima da ottenere.
È turismo sessuale femminile? Piano con le parole. Non c’è (ancora) una definizione condivisa per questo fenomeno, che pure conosce una certa diffusione dalla fine degli anni ’80 , fino a riguardare  circa 600mila persone ogni anno.  Le donne viaggiano in luoghi esotici (di solito i Caraibi,  ma anche il Medioriente, l’Africa nera) e incontrano ragazzi locali con cui intrecciano una vera e propria storia. È “romance tourism”, esperienza più ampia e profonda rispetto al semplice “turismo sessuale”, alla maniera maschile. Certo, il fatto che, in ogni caso, sia decisivo il potere economico della donna (in genere occidentale, ma possono essere anche giapponesi, che preferiscono il Nepal) maggiore rispetto al maschio locale, non può però essere ignorato. Nonostante le fantasie, le dinamiche e le varie complessità, gratta gratta si finisce sempre lì: alla prestazione pagata.
Uscendo dalle diatribe accademiche  e si guarda alla realtà, si nota che il meccanismo è più o meno definito. Turiste del Primo Mondo che, in visita in un luogo esotico, si aprono a relazioni più o meno esclusive con ragazzi del posto, ai quali concedono regali (anche nella forma di denaro liquido) e, nei casi più estremi, anche la possibilità di vivere all’estero, sobbarcandosi le spese per viaggi e visti. Spesso il rapporto assume connotati sentimentali e regala l’illusione di vivere una storia romantica, un’avventura che supera i normali percorsi del turista. Così, almeno, è come la pensano le donne. Pochi si chiedono, invece, come la pensino gli uomini locali: il loro punto di vista può apparire diverso. Per certi aspetti, molto più cinico. Quando cercano una conquista sessuale tra le turiste, si rivolgono a quelle giovani (di solito tra i venti e i trent’anni) e bionde. Se vogliono soldi, allora ripiegano su donne più mature (dai 40 in su) o sovrappeso. Sanno di giocare sulla loro vulnerabilità.
Il posto migliore per passare all’attacco sono le spiagge. Qui selezionano le turiste meno abbronzate (vuol dire che sono arrivate da poco, e resteranno più tempo) e cominciano a parlare. Sanno che i primi giorni (al massimo due) devono essere sorridenti, gentili e molto “gradevoli”. Spesso portano fiori, si offrono come guide e istruttori di ballo, presentano i loro amici e offrono esperienze della vita tipica del luogo quasi esclusive. Sulla base delle esperienze, continuano gli studiosi, hanno stabilito che le donne più facili sono le canadesi francesi, seguite dalle canadesi inglesi. Poi, al terzo posto, le italiane.
«Le donne del Quebec sono convinte che siamo preferibili per il sesso», dichiara uno dei beach boys intervistati. Hanno assorbito l’immaginario occidentale sviluppato su di loro: un impasto di vigore virile pre-moderno, quasi primitivo, legato alla natura. «Essere neri è meglio, è più esotico», dice un altro beach boy. E lo sfruttano. Non a caso il rapporto con la turista, anche se fondato su una remunerazione economica, prevede (quasi) sempre che «la donna si lasci “spazzare via” dal partner, piuttosto che affermare il proprio potere», spiegano gli studiosi. Questo perché, nell’immaginario della viaggiatrice, in quel mondo esotico e immaginario il potere è associato alla virilità: assecondarlo significa godere appieno dell’esperienza della vacanza, nel modo più autentico. Significa entrare a far parte in un mondo diverso, lontano da quello conosciuto, rispettandone le regole. Anche quelle immaginarie.
I beach boys, a differenza delle prostitute, non mercanteggiano sul sesso, ma sull’intimità, che è più questione più ampia e, secondo la mentalità occidentale, non può essere condivisa al di fuori della coppia
Come sanno anche i beach boys, è meglio non parlare di soldi. Non sta bene, e soprattutto disturba l’illusione di un rapporto romantico. Quando servono però, hanno sviluppato tecniche efficaci. Ad esempio, fingono di offrire la cena per mostrare che, in realtà, non hanno davvero i soldi per farlo. Le turiste reagiscono fornendo, sottobanco, la cifra necessaria. E anche di più. Oppure, quando la conversazione (i beach boys imparano a sostenerle in modo accettabile in almeno quattro lingue) finisce su argomenti come lavoro e impiego, è uso fingere uno sguardo triste e turbato. Le turiste reagiscono, il più delle volte, offrendo denaro.
Quando si arriva al rapporto sessuale, il locale sa che deve adeguarsi a un immaginario preciso (che, del resto, essendo molto lusinghiero sulla sua virilità, non ha faticato a fare suo), promettendo esperienze sessuali «ricche». Scendendo nel dettaglio, fanno molta attenzione al piacere della donna. Accontentano ogni richiesta e si preoccupano degli orgasmi. Per loro è un dovere: quando non sono attratti dal partner, «si concentrano sul viso, o su una specifica parte del corpo della donna». Oppure «non guardano da nessuna parte, e pensano ad altro».
Secondo Jesus, di Puerto Viejo, in Costarica, «se una donna prende la mia energia, mi deve qualcosa in cambio». Il senso della frase è più complesso di quanto possa apparire. L’energia è, senza dubbio, quella impiegata nel rapporto sessuale. Ma ciò che una donna (una turista) prende a quelli come Jesus, non è “l’energia” intesa come prestazione sessuale: è di più, e somiglia molto al concetto di “esclusiva”. I beach boys, a differenza delle prostitute, non mercanteggiano sul sesso, ma sull’intimità, che è più questione più ampia e, secondo la mentalità occidentale, non può essere condivisa al di fuori della coppia. Appena le donne vedono in pericolo l’intimità, cioè il senso della coppia, di fronte, ad esempio, alla minaccia del loro prescelto di andare con un’altra, sono disposte a pagare pur di tenerselo stretto. I boys lo sanno e, in cambio, regalano un rapporto romantico, senza dubbio intimo. Per essere più precisi, lo vendono.
Forse, allora, è giusto parlare di “romance tourism”, come sostengono Pruitt e LaFont. Non è solo sesso (ma quando mai lo è?) quello che le donne cercano in questi luoghi esotici. Lo trovano pagando, sì, e ne hanno in cambio una storia profonda e intensa. Ma c’è un problema: alla fine il conto non torna davvero.
Uno dei rimproveri dei beach boys nei confronti delle donne straniere, è che «alla fine, se ne vanno». È una lamentela singolare: il turista, per definizione, riparte. Eppure è proprio questo il punto: con la loro mobilità, semplice e privilegiata, i viaggiatori occidentali rivelano, al di là delle esperienze sentimentali ed erotiche, la profonda differenza sociale tra i due mondi. C’è chi è libero di spostarsi, e chi no: molti dei beach boys non lasciano i Paesi d’origine, sia per ragioni economiche che burocratiche. Quando le donne partono, la cosa diventa chiara. E allora, che sia sesso o romaticismo, poco importa. Ciò che rimane, al di là delle fantasie e delle delusioni, è l’ombra, sempre sgradevole, dello sfruttamento.
Fonti: Linkiesta di Dario Ronzoni

venerdì 19 febbraio 2016

Un dolore insopportabile


Ho perso il mio più caro amico, un fratello, un figlio.
Undici anni di amore totale, esclusivo, puro.
Mi capiva solo con uno sguardo, mi offriva amore senza chiedere niente in cambio.
E' stata una morte violenta, tragica e improvvisa.
Ho il cuore lacerato, straziato.
E il fatto che avesse quattro zampe non allevia il dolore.
Mi manchi tanto dolce amore.
Ci sarà un posto migliore e sono certa ci ritroveremo.
E' stato terribile quello che hai passato, posso solo immaginare il tuo terrore, il tuo dolore, ti siamo stati vicini fino a che ci è stato possibile.
Ci hai sentiti vero? Hai sentito la nostra vicinanza e lo sgomento?
Addio piccolo amore.
Nessuno come te.
Ci ritroveremo, e sarà per sempre.

giovedì 4 febbraio 2016

Un'anima che brucia


Forse questo autore paga lo scotto di avere lo stesso cognome dell'altro autore Michael Connolly: più conosciuto, più famoso, più pubblicizzato, più visibile in libreria, più distribuito.
Se lo vuoi leggere devi andare letteralmente a caccia dei suoi libri e spesso, vengono distribuiti non in ordine cronologico ma a caso e, ancora più spesso, gli viene negato il suo traduttore di fiducia.
Misteri dell'editoria.
Ho terminato da poco questo questo libro: dopo il capolavoro del paranormal/thriller "Tutto ciò che muore" che  ha emotivamente e stilisticamente  cambiato il mio modo di valutare uno scrittore, ritrovo il suo personaggio perfetto, il tormentato Parker e, stavolta relegati all'angolo, i suoi angeli custodi Angel e Louis. La storia regge molto bene dalla prima all'ultima pagina, anzi, spesso accade che la fine sia troppo frettolosa, che lo scrittore si lasci andare alla smania di concludere: J. Connoly no, lui la culla, la centellina, la cura e la dispensa con perizia non indifferente. Le sue atmosfere, la scelta attenta dei luoghi, in questo caso il Maine ( come King), le sue incredibili e minuziose descrizioni di ogni piccolo dettaglio: dalla sottile goccia gelida di pioggia, alla cicatrice sul labbro di un personaggio, alle ombre che normalmente circondano Bosch, sono dei veri e propri capolavori di stile narrativo, eppure parliamo di thriller.
E di lui amo essere sempre con un piede nel mondo visibile e l'altro nel mondo che pochi vedono: la sua bimba morta che lo chiama, sua moglie che lo bacia con labbra gelide sulla bocca e tutte quelle anime che bruciano nell'attesa che qualcuno dia loro pace e giustizia.
Questo eroe fuori dall'ordinario, così forte nella sua fragilità, così spietato e misericordioso al contempo, senza negare qua e là quell'ironia sagace e cinica che rende il genere ancora più gustoso.
Consiglio questo autore a tutti coloro che scoprono il colpevole entro le prime dieci pagine, a chi non si stupisce più di nulla: Connoly ancora stupisce e, soprattutto, emoziona.

venerdì 15 gennaio 2016

Geniali e rivali











Mi è capitato qualcosa di straordinario, è rarissimo e quando accade vale la pena di raccontarlo.
Doveva essere proprio il mio giorno fortunato perché sono riuscita a visitare l’inaccessibile  chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza del maestro Borromini. Questa meraviglia architettonica è praticamente sempre chiusa e solo per puro caso  ho trovato spalancato il grande portone in legno che si apre su un chiostro modesto che nulla lascia presagire. Quando Borromini ricevette l’incarico di modificare la costruzione di Giacomo Della Porta, si trovò una pianta quadrangolare per una chiesa circolare.
Ma il grande genio cambiò tutto e impostò la pianta su due triangoli che s’intersecano formando una stella a sei punte. Nascosta in questa pianta c’è una complessa simbologia, dal momento che i due triangoli formano la stella di David e costituiscono il sigillo di Salomone. Il colore bianco puro abbaglia il visitatore, niente oro e orpelli inutili per il grande Borromini , solo architettura allo stato puro. Poi alzi gli occhi in quella struttura che si sviluppa tutta in altezza e il fiato si mozza in gola. Una cupola imponente e finemente scolpita trasporta i  pochi fortunati in una dimensione da sogno: le stelle incise sono 111, numero che può essere scritto anche 1+1+1, che da come somma 3, simbolo della Trinità.  Più alzi lo sguardo e più la cupola sembra senza fine, si alza e si allontana dal visitatore. E che dire della lanterna  che la corona all’esterno e sovrasta i tetti di Roma? Una magnifica cuspide a spirale che sfida ogni legge; costò al maestro molti problemi, i committenti pensavano che egli non avesse calcolato bene il carico e potesse mettere in pericolo l’edificio, ma tre secoli e mezzo dopo è ancora ben salda al suo posto. Questa chiesa è un’opera magistrale e invito chiunque a visitarla, la porto nel mio cuore e chiudendo gli occhi  vedo ancora quella volta incredibile e quel bianco abbagliante nudo e puro. Ho cercato per decenni un modo per visitarla e poi, improvvisamente, quel portone era aperto e gli occhi hanno goduto di tanta incredibile meraviglia.
Borromini è importante per Roma e la sua importanza sarebbe maggiore se fosse vissuto in un’altra epoca e invece fu schiacciato dalla presenza di un altro genio Bernini. Bernini  usava il  talento a suo favore: faceva sempre ciò che voleva, ma con l’aria di far felice il committente. Borromini era insofferente, scontroso e non faceva nulla per compiacere nessuno, in un’epoca in cui l’obbedienza era quasi d’obbligo.
Ad esempio  il capolavoro di Borromini San Carlino: il colore quasi bianco, le pareti movimentate sia all’interno che all’esterno, si alternano a nicchie, colonne modanature, giochi di curve. Il soffitto rappresenta un’opera d’arte nel capolavoro: profondamente scolpito in esagoni e ottagoni, il tutto parla di informazioni e suggestioni enormi che il maestro usa in uno spazio così ridotto, ma rimanendo fermo nel  suo stile di profonda austerità.
Poi vediamo il contrasto con Sant’Andrea del Bernini: già entrando i colori colpiscono l’occhio: marmi policromi, ornamenti sovraccarichi, atteggiamenti degli angeli enfatici, pitture sgargianti: bianco, freddo, austero il primo; dorato, caldo, lussuoso il secondo. Se Bernini è di natura teatrale, Borromini è parco di parole ma sa inventare  curve  e ornamenti senza precedenti; se fosse visitato oggi  da un medico sarebbe considerato depresso, ma questo male oscuro lo guidava nel genio totale.
Tutto quello che mancò a Borromini, Bernini lo ebbe a piene mani: simpatia,fama, denaro, gloria, usava la compiacenza dei Papi a suo piacimento; ma quando questi ricevette l’incarico per il “ baldacchino di San Pietro”, chiamò in aiuto il Borromini esperto architetto. In questa occasione  Mancini, medico del Papa, conia la celebre frase” Quod non fecerunt barbari, fecerunt  Barberini, in quanto per edificare l'opera commissionata dai Barberini smantellarono i bronzi del Pantheon. Il Bernini amava inganni virtuosistici dando sfogo al suo senso teatrale, poi però scordava l'essenziale: infatti il suo baldacchino , nel contesto imponente appare aggraziato quasi delicato; ci pensò il Borromini a sistemare la prospettiva mettendo sulla cupola una sfera dorata per riequilibrare il tutto. Non è facile amare Borromini: se tutte le opere del Bernini parlano di sensualità, le sue la negano.
Borromini morì suicida a 68 anni incastrando una spada alle traverse del letto e conficcandosela nel torace, Bernini muore a 82 anni sopravvivendogli di 14 anni e 3 Papi.
Diversi in tutto, geniali in tutto. Fino alla morte.
       
            (informazioni tratte da "  I segreti del Vaticano di Augias)
foto 1  Esterno di Sant'Ivo alla Sapienza
foto2  Lanterna di Sant'Ivo
foto3  Interno di Sant'Ivo
foto4   San Carlino esterno
foto5   San Carlino interno
foto6  Sant'Andrea interno
foto 7  cupola Sant'Andrea
foto8  Baldacchino di San Pietro

lunedì 4 gennaio 2016

Punti di vista

 Attenzione: post ad alto contenuto di antipatia



E' vero che in un multisala ho trovato quattro sale dedicate a Zalone, due ad un cartone e una per un film che nemmeno ricordo e di conseguenza la scelta era quasi scontata, infatti me ne sono andata, ma quello che afferma Franceschini è davvero preoccupante.
Queste affermazioni del ministro alla cultura non mi fanno sentire tranquilla: " Ministro le vorrei ricordare che la Cultura è ben altro, e la commedia all'italiana è talmente lontana da quello che lei ha visto al cinema da non sapere nemmeno riconoscerla".