venerdì 30 dicembre 2016

Cartoline dall'inferno



Di questo anno che se ne va mi restano flash, immagini: cartoline sì, ma dall'inferno.
Gli ultimi tre mesi restano impressi in me, come marchiati a fuoco sulla pelle di una bestia.
Ti ho visto in piedi vicino alla finestra, spaventato, improvvisamente minuto nella tua vestaglia di flanella rossa mentre aspettavamo l'ambulanza, ti dicevo che non ti dovevi preoccupare, che avrei pensato a tutto io, che sarebbe andato tutto bene.
Poi dopo dieci ore mi sono accorta che all'ospedale si erano dimenticati di te: parcheggiato in un corridoio sovraffollato, solo, senza più punti di riferimento, con la testa andata , senza bere e mangiare, e allora sbatto i pugni sul bancone e comincio ad alzare la voce mentre digito sul cellulare il numero dei carabinieri e allora ti visitano celermente e decidono di trasferirti con urgenza.
Ancora un flash: entro in una stanza simile ad un albergo, siamo solo io e te: non so se mi riconosci, alterni fasi di coscienza ad altre di totale confusione: ti vedo inginocchiato mentre cerchi di smontare un letto ipertecnologico. Vorrei urlare, invece mi escono solo lacrime.
Ecco di nuovo un flash: hai infinite flebo, l'alimentazione artificiale, dai 70 kg che pesavi ora sono circa 30; ti ho portato la foto dei tuoi nipoti, non riesci nemmeno a sentirli al telefono perchè scoppi a piangere, e loro con te; mi racconti che per non sentire le zanzare ti sei coperto tutto col lenzuolo, scherziamo e ridiamo sul fatto che ti avrebbero potuto scambiare col prossimo defunto. E' stata la tua ultima risata.
Ricordo un buco vuoto e scuro al posto della bocca: un deportato, l'urlo di Munch: so che stai per andare ma nessun medico conosce con certezza la causa.
Ecco, le tue parole che non potrò dimenticare: pochi chili d'uomo in un letto troppo grande, tubi, cateteri, cannule e aghi in ogni pezzo di pelle, vena o altro orifizio disponibile, mi guardi e mi dici: "me lo porti un gelatino?" Oddio, oddio aiutami, dammi la forza di non morire qui, adesso. Non mangi da più di 40 giorni ed io faccio le scale quattro a quattro per cercare nel bar qualcosa che puoi deglutire senza soffocare. Ti ho comprato il gelato, come tu hai fatto mille volte con me.
Ecco il telefono che squilla alle sei di mattina: mi vogliono con urgenza al reparto; ormai sei da molti giorni in sub intensiva, la rianimatrice mi dice che ha dovuto metterti sotto morfina, di tenermi pronta: sento un rantolo terrificante e irreale, realizzo che sei tu, la stanza gira, mi sale la nausea, il medico mi dice di andare, che tanto nessuno può fare nulla.
Le notti insonni si susseguono l'una dietro l'altra. Non riesco più ad entrare nella tua stanza, non riesco a guardarti, non accetto la sofferenza: se ti guardassi e tu mi riconoscessi potremmo morire insieme in un secondo. Non mi perdonerò mai questa mia debolezza. che ancora mi mangia l'anima.
Ricordo quella mattina, nessuno in reparto, solo io e mia madre. Sono nella sala d'attesa davanti la tua stanza: è il tuo compleanno, faccio un passo con le gambe che tremano, il corridoio risuona dei bip dei moribondi monitorati; faccio ancora un passo e vedo mia madre in poltrona che fissa il nulla, ancora uno e vedo la sagoma dei tuoi piedi, sento il sangue che defluisce verso il basso, nelle tempie il mio stesso battito, avanzo ancora, ecco le tue mani. Signore aiutami, sono così pallide, quasi blu, ancora un passo, mia madre mi vede, cerca di fermarmi: ecco, ti vedo. Il volto affilato inabissato nella maschera d'ossigeno, mi fissi incollando gli occhi nei miei, muovi le mani in un gesto che non dimenticherò mai più: "guarda che mi è successo..." Ti accarezzo la testa, senbra quella di un pulcino, le lacrime bagnano le lenzuola ma non m'importa: ma come si fa, come si fa... non riesco a dire altro, come una litania, mentre mia madre cerca di calmarmi tra le sue lacrime e la mia disperazione. Sei già lontano, stai guardando fuori la finestra qualcosa che non è di questo mondo. Mi dicono che ti serve una trasfusione di sangue, chiedo la spiegazione mentre sento ridacchiare qualche altro infermiere: cazzo ridi, stronzo? Non sono in più in me, ridevano per cavoli loro: la vita, la loro, continua.
La mattina dopo quell'abbraccio te ne sei andato, da solo.
Ora so che aspettavi quell'addio, quel mio ultimo abbraccio.
Mi ha piegato e spezzato la tua agonia, non se e quando ne uscirò fuori: ho attraversato questo calvario da sola e da sola ne dovrò uscire.
Non si può morire in questo modo, nessuno dovrebbe e nemmeno so di cosa precisamente sei morto: ho negato l'autopsia. Poteva bastare il tritacarne  che hai passato.
Spero in un mondo che autorizzi l'eutanasia per chi la desidera: io so dove rivolgermi, non voglio morire senza dignità. come è successo a te.
Non mi bastano i miei figli, non mi basta il mio uomo, non  basta niente a placare questo cane rabbioso che mi sbrana: è il rimorso di non aver fatto abbastanza, il terrore di vederti così, di vedere come è fatta la morte e come viene prolungata quel simulacro che i medici chiamano vita.
Addio anno di merda, spero che il prossimo sia più clemente.