sabato 1 aprile 2017

Il giorno che scoprii i tre liberti











Un primo pomeriggio di sole tiepido, insolito per la metà di Febbario; decido di camminare lì, lungo quegli acciottolati intrisi di un glorioso trascorso di storia  e contornati da ville talmente lussuose da pensare siano finte. E il profumo dell'erba che ancora conserva la bruma mattutina, le chiacchere di qualche runner vestito ipertecnologico ma col fiatone e qualche cagnone senza guinzaglio che mi guarda scondinzolando, tra signore con tacchi non adatti alle asperità di via Appia antica che mi passano accanto ignorandomi mentre mi siedo appoggiandomi al tronco di un albero secolare che forse avrà visto chissà quali misfatti. Il sole mi scalda le gambe, alzo gli occhi al cielo: tra l'azzurro incredibile di una metropoli troppo stanca alcune nuvole  bianche riportano il vento gelido del mese invernale. Mi piace il freddo. Me ne sto lì, quasi invisibile, tra stranieri entusiasti con teleobiettivi in grado di fotografare la Luna, manutentori che nella mia periferia non se ne vedeno da decenni, e oasi di solitudine e silenzi. Le margherite hanno cominciato già a fiorire, sulle loro corolle si inerpicano maggiolini e orride creature, ma oggi non fuggo da loro, sto cercando di fuggire da me stessa; per questo me ne sto qui, confusa tra l'erba, le rovine di un impero e le mie. Quest'albero che mi protegge come un legionario svetta oscillando dolcemente, il  suo profumo di resina è inebriante, avvolgente: mi sta abbracciando e io lo sento.
Appoggio la testa al tronco possente e rugoso, infischiandomene se ci possano essere insetti, e io ho la fobia degli insetti, strano, ma tutto cambia prospettiva quando cerchi di uscire da un incubo.
E allora la vedo.


Non l'avevo vista mai, eppure io questa strada la conosco come le mie tasche: ogni rovina, ogni sasso, ogni sampietrino finto tolto dalle strade statali e rimesso qui a coprire le buche. Sacrilegio.
M'infilo gli occhiali perchè non riesco a decifrarla: ma da quanto sta qui? Perchè non l'ho vista prima? Sembra essere sbucata dal nulla, da una porta alchemica. Mi alzo e raggiungo il lato opposto della stada. Cerco di leggere l'incisione ma è complicata, col dito seguo le lineee che compongono la scritta ma non capisco: è un reperto di una bellezza incredibile, quasi intatto, una linea moderna e colmo di mistero. Non ho uno smartphone, non posso cercare nessuna spiegazione sul pc e allora torno al mio albero e me la stampo in mente: una pietra quadrata che mi racconta di qualcuno, forse più d'uno, di uomini che qui sono passati, sono visuti, non mi trasmette morte o sangue, mi arrivano vibrazioni di  vita.
Avevo ragione.
Tornata a casa ho fatto ricerche.
La tavola dei tre liberti e la loro storia, che con secoli di distanza, in uno splendido pomeriggio di febbraio, sotto le braccia protettive di un enorme albero, si è unita alla mia storia: tutti e quattro nello stesso esatto punto del mondo.
In quel momento sono stata felice.

Titolo
Blocco appartenente al monumento sepolcrale dei Valeri
Definizione
Blocco marmoreo iscritto. Il campo epigrafico è riquadrato da una semplice modanatura costituita da un listello e da una gola. Si conserva nei pressi del probabile luogo di ritrovamento.
Misure
Altezza cm 73; larghezza cm 88; spessore cm 25.
Iscrizione
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Baricha,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Zabda,
L(ucius) Valerius L(uci) l(ibertus)
Achiba.
Traduzione
Lucio Valerio Baricha, liberto di Lucio; Lucio Valerio Zabda, liberto di Lucio; Lucio Valerio Achiba, liberto di Lucio.
Commento
Questa epigrafe sepolcrale riporta il nome dei defunti Lucio Valerio Baricha, Lucio Valerio Zabda e Lucio Valerio Achiba, tutti e tre liberti di un Valerio, che diede loro il gentilizio (che corrisponde al nostro cognome) ed il prenome Lucio (elemento residuo dell’antica onomastica in cui costituiva il nome personale, non ha corrispondenze nel nostro sistema di nomi).
Non è specificato il legame che li univa, ma si può pensarli liberti di uno stesso patrono pur se non si può escludere che fossero legati da una parentela più stretta (fratelli, padre e figli?).
I loro nomi, Baricha, Zabda e Achiba, di origine ebraica, erano particolarmente diffusi in Transgiordania e in Siria, probabilmente loro terre di provenienza. A Roma invece questi elementi onomastici erano tra i meno ricorrenti dato che se ne registrano pochissimi confronti.
Liberti e schiavi dei Valerii sono ricordati anche in altre iscrizioni della via Appia, rinvenute a poca distanza, (vedi la scheda di Lucius Valerius Giddo e di Paris). E’ noto che, nel mondo romano, i liberti di una stessa famiglia mantenevano, tra loro e con gli antichi padroni, stretti rapporti, anche di natura economica e professionale; pertanto non è impossibile ipotizzare la pertinenza delle iscrizioni ad una medesima area sepolcrale destinata alla famiglia servile di questa gens.
Si può osservare che il gentilizio Valerio rievoca una nutrita serie di illustri personaggi di rango senatorio, che hanno popolato, con funzioni di grande rilevanza, la vita politica, sociale e culturale di Roma, prima in età repubblicana, poi in epoca imperiale. Tuttavia, data la grande diffusione del gentilizio, e la mancanza di sicuri indizi, è difficile accertare il collegamento di questi liberti con i membri più importanti della gens.
L’epigrafe è caratterizzata dall’elegante fattura delle lettere e dall’accurata impaginazione del testo.
Considerando i caratteri grafici, lo schema ad elenco adottato per l’iscrizione, nonché il tipo di edificio sepolcrale cui il blocco appartiene, si può assegnare questa epigrafe al I d.C.
CIL, VI 27959
Inventario della Soprintendenza Archeologica di Roma: 400893.